Entrare in banca in Sicilia costa di più. Non è una sensazione, ma un dato: secondo l'ultimo rapporto dell'Osservatorio sul credito della Regione Siciliana, basato sui dati Banca d'Italia del secondo trimestre 2025, il costo del credito per le imprese dell'Isola supera sistematicamente la media nazionale. Una differenza che pesa sui bilanci, rallenta gli investimenti e condiziona la competitività di migliaia di aziende siciliane rispetto ai concorrenti del Nord.
Il TAE in Sicilia: il divario con la media nazionale settore per settore
Il Tasso Annuo Effettivo (TAE) — che misura il costo reale del denaro, includendo interessi, commissioni e spese di gestione — racconta una storia chiara. Nel settore industriale, il TAE siciliano a giugno 2025 si è attestato al 5,4%, contro il 4,79% della media nazionale: uno spread di 0,61 punti che, moltiplicato per i volumi di credito in gioco, si trasforma in un onere strutturale rilevante.
La situazione peggiora nel comparto delle costruzioni: qui il TAE ha raggiunto il 7,42%, contro il 6,3% italiano, con un divario che supera il punto percentuale. Il dato più critico riguarda però i servizi — turismo, commercio, trasporti — dove il TAE siciliano è al 6,91% contro il 5,40% nazionale: oltre un punto e mezzo di spread che penalizza ogni investimento e rende più difficile ammortizzare i costi nel tempo.
Garanzie bancarie quasi doppie: il vero ostacolo per le imprese siciliane
Se i tassi sono già un problema, le garanzie richieste dalle banche lo sono ancora di più. In Sicilia, per ottenere un prestito, le banche hanno chiesto garanzie che coprono il 40,57% dell'accordato: quasi il doppio della media italiana, ferma al 22%. In Veneto questa percentuale scende addirittura al 18,11%.
Tradotto in termini concreti: a parità di prestito, un imprenditore siciliano ha dovuto immobilizzare il doppio del patrimonio rispetto a un collega veneto, rinunciando alla possibilità di usare quei capitali per altri investimenti produttivi. Un blocco che ha avuto un impatto indiretto pesante sull'intera economia regionale.
L'indice di utilizzo al 83%: le imprese siciliane non hanno scorte di liquidità
C'è un altro indicatore che preoccupa gli analisti: l'indice di utilizzo del credito. In Sicilia le imprese hanno utilizzato l'83,38% del credito accordato dalle banche, contro una media nazionale del 71,02%. Un segnale di sofferenza cronica: le aziende siciliane non tengono riserve liquide sul conto, ma usano immediatamente ogni euro disponibile per pagare fornitori, stipendi e tasse, restando senza margini per affrontare imprevisti o cali di fatturato.
Nel complesso, nel trimestre aprile-giugno 2025, il credito accordato alle imprese e alle famiglie produttrici in Sicilia ammonta a circa 33,4 miliardi di euro: appena il 2,09% del totale nazionale, nonostante l'Isola rappresenti circa l'8% della popolazione italiana.
Salvatore Malandrino (ABI Sicilia) e Luigi Rizzolo (Sicindustria): cause e soluzioni
Il presidente della Commissione regionale ABI per la Sicilia, Salvatore Malandrino, individua la causa principale nella fragilità patrimoniale delle imprese siciliane, spesso sottocapitalizzate: "Questa fragilità peggiora il rating, parametro fondamentale per determinare le condizioni economiche del credito." A questo si aggiungono la concentrazione in settori ciclici come l'edilizia, tassi di deterioramento del credito superiori alla media e la lentezza delle procedure giudiziarie.
Sul fronte industriale, il presidente di Sicindustria Luigi Rizzolo chiede un cambio di approccio: rafforzare i consorzi Fidi — che dopo la riforma del Testo Unico Bancario svolgono una funzione di intermediazione qualificata — e migliorare la cultura finanziaria delle imprese, puntando sulla qualità dei piani industriali e sulla sostenibilità dei flussi di cassa. Rizzolo auspica anche il ripristino dell'Osservatorio regionale sul credito, per costruire un dialogo strutturato tra banche, associazioni di categoria e organizzazioni sindacali capace di leggere insieme i segnali dell'economia reale.
Di Michele Giuliano
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