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Industria siciliana, in quindici anni valore aggiunto dimezzato

Industria siciliana, in quindici anni valore aggiunto dimezzato

Industria siciliana, in quindici anni valore aggiunto dimezzato

PALERMO - L’industria siciliana vive una profonda crisi, che si trascina ormai da svariati anni, e che non sembra riuscire a trovare una via d’uscita verso la ripresa. Secondo i dati dell’Istat, elaborati dall’Ufficio studi della Cgia, l’associazione artigiani e piccole imprese di Mestre, se nel 2007 il settore industriale siciliano produceva un valore aggiunto di poco più di 11 miliardi di euro, nel 2022 questo valore è sceso a poco più di 6 miliardi. Una perdita del 43,3%, che si concretizza in quasi 5 miliardi di euro. Una somma enorme, che mostra lo stato di emergenza del settore ancora di più nel confronto con i dati nazionali e delle altre regioni.

Paese in calo ma non ai livelli della Sicilia

L’Italia propone un valore aggiunto, nel 2022, dell’industria in senso stretto, che esclude le costruzioni ed include, oltre alla manifattura, l’estrattivo e le utilities (produzione/fornitura di energia, di acqua e rifiuti/risanamento), pari a 307 miliardi di euro, mentre nel 2007 si arrivava a 335 miliardi di euro. Una perdita non poco rilevante, senza dubbio, che in percentuale si ferma ad un valore negativo dell’8,4%, circa un quinto di quanto avvenuto in Sicilia, che con la sua produzione rappresenta appena il 2% del valore aggiunto nazionale.

Per provincia, Catania continua ad essere il polo industriale più importante della regione, con un valore aggiunto nel 2021 di oltre 2 miliardi di euro, ma che rappresenta appena lo 0,6% della produzione nazionale; non solo, Catania perde, rispetto al 2007, ben il 13,3% del valore aggiunto prodotto. Segno tangibile della crisi profonda che ha colpito l’intero comparto, anche in quello che è sempre stato il polo di eccellenza isolano. Catania, infatti, è sempre stato il luogo della ricerca e dell’innovazione industriale siciliana, punto di riferimento per l’intera regione.

A seguire Palermo, unica provincia che migliora i propri risultati rispetto al 2007, con una crescita dell’1,8%, e un valore aggiunto di poco superiore al miliardo e mezzo di euro. Al terzo posto Siracusa, che con un miliardo e 250 milioni di euro perde il 3,3%; quindi, Messina, che scende a 874 milioni di euro nel 2021, con una perdita di ben il 25% rispetto a quindici anni prima. Le altre provincie propongono risultati meno consistenti e soprattutto, sempre e comunque in perdita: ad Agrigento si scende, nel 2021 rispetto al 2007, del 13,8%, a Trapani del 15,7%, a Ragusa del 12,3%, a Enna del 16,7%. Caltanissetta registra i risultati peggiori: si passa da un valore aggiunto del 2007 di 700 milioni di euro a 429 nel 2021, con una perdita in percentuale del 39%.

Le altre Regioni

Il confronto diventa ancora più impietoso se si guarda alle regioni che, nonostante le difficoltà che si sono presentate in questi anni, sono comunque riuscite a crescere. La Basilicata ha vissuto un boom, aumentando il suo valore aggiunto del 35,1%, seguita dal Trentino Alto Adige, che cresce del 15,9%. Numeri interessanti anche per l’Emilia Romagna, che supera i 40 miliardi di euro di valore aggiunto industriale in senso stretto e cresce del 10,1%. Anche il Veneto vede i suoi numeri salire, con una percentuale del 3,1%. Tutte le altre regioni sono in perdita, ma peggio della Sicilia fa solo la Sardegna, che perde ben il 52,4%.

I risultati peggiori si registrano nel Mezzogiorno, anche se la Valle d’Aosta si posiziona al terzultimo posto, con il -33,7%. Sempre tra il 2007 e il 2022, il valore aggiunto reale dell’industria del Mezzogiorno è crollato del 27 per cento, quello del Centro del 14,2% e del Nordovest dell’8,4%. Solo il Nordest ha registrato un risultato positivo che ha toccato il +5,9%. Un risultato preoccupante ma non inatteso.

Le cause del collasso

Secondo la Cgia, gli ultimi 15 sono stati gli anni più difficili: in Italia, la grande recessione del 2008-2009, la crisi dei debiti sovrani del 2012-2013, la pandemia [3] del 2020-2021 e l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia avvenuta nel 2022 hanno profondamente cambiato il volto dell’economia. Il comparto che nell’industria italiana ha subito la contrazione negativa del valore aggiunto più pesante in questi ultimi 15 anni è stato il coke e la raffinazione del petrolio, che perde il 38,3%. Seguono il legno e la carta, al -25,1%, la chimica, al -23,5%, le apparecchiature elettriche, poco sotto al -23,2%, l’energia elettrica/gas al -22,1%; i mobili scendono del 15,5% e la metallurgia del 12,5%. Per contro, invece, i settori che esibiscono una variazione anticipata dal segno più sono i macchinari (+4,6%) gli alimentari e bevande (+18,2%) e i prodotti farmaceutici (+34,4%).

Tra tutte le divisioni, la maglia rosa è ad appannaggio dell’estrattivo che, sebbene possegga un valore aggiunto in termini assoluti relativamente contenuto, in 15 anni ha registrato un incremento poderoso, pari al 125%. “Questi dati – afferma il segretario della Cgia Renato Mason – dimostrano che c’è la necessità di mettere a punto una politica industriale di lungo periodo, deregolamentando, dove possibile, per non frenare la crescita e lo sviluppo, con una particolare attenzione al tema del credito. Le difficoltà di accesso ai prestiti bancari, infatti, stanno diventando un serio problema per tante Pmi”.

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