etrine spente, saracinesche abbassate, vie del centro sempre più silenziose. Non è la scenografia di un romanzo distopico, ma la fotografia che scatta ogni anno il rapporto Confcommercio "Città e demografia d'impresa", giunto all'undicesima edizione. Il verdetto, aggiornato al 2025, è netto: in 122 comuni italiani — 107 capoluoghi di provincia e 15 città non capoluogo tra le più popolose — i negozi continuano a chiudere. In tredici anni se ne sono andati 156mila tra esercizi commerciali e attività ambulanti, oltre un quarto del totale.
E-commerce e crisi: perché i negozi fisici perdono terreno
Il principale imputato è l'e-commerce, che tra il 2015 e il 2025 ha quasi triplicato il proprio volume d'affari: le vendite online sono passate da 31 a oltre 62 miliardi di euro, segnando una crescita del 98,4% — un ritmo incomparabilmente più rapido rispetto al +14,4% del commercio al dettaglio tradizionale. Un'erosione costante, paragonabile a quella delle onde del mare sulle rocce, che ha ridisegnato le abitudini di acquisto degli italiani lasciando indietro chi non ha saputo o potuto adeguarsi.
I settori più colpiti dalla chiusura dei negozi raccontano una storia precisa. Le edicole hanno perso metà delle proprie attività dal 2012 a oggi. Seguono i distributori di carburante (-42,5%), i negozi di abbigliamento (-36,9%), mobilifici e ferramenta (-35,9%), librerie e negozi di giocattoli (-32,6%). In controtendenza la ristorazione: i ristoranti crescono del 35%, rosticcerie, gelaterie e pasticcerie del 14,4%.
Agrigento prima in Italia per negozi chiusi: -37,5% in tredici anni
Se il fenomeno interessa tutto il Paese, la Sicilia figura tra le aree più colpite. In cima alla classifica delle 122 città monitorate c'è Agrigento, che dal 2012 ha perso il 37,5% delle imprese fisicamente attive, a fronte di un calo demografico del 6%. Le attività di commercio al dettaglio sono scese da 912 a 584. I settori più in sofferenza: abbigliamento e commercio ambulante, entrambi in calo del 60%.
La mappa delle chiusure nei capoluoghi siciliani
Il quadro regionale è complessivamente preoccupante. Ragusa si colloca al 19° posto nazionale con un -31,1%: 238 botteghe in meno, con il commercio ambulante quasi azzerato e i distributori di carburante in forte calo (-65%). Enna è 23esima, con una perdita del 30,3%: tra i settori più colpiti ambulanti (-62%), abbigliamento (-47%) e mobilifici (-40%).
Catania occupa il 39° posto: in valori assoluti ha perso 1.124 negozi (-28,6%), con le edicole più che dimezzate e quasi 500 ambulanti in meno. Trapani è 58esima (-26,3%, pari a 257 esercizi), con i rivenditori di carburante praticamente scomparsi (-72,2%).
Palermo, pur collocandosi al 63° posto con un -25%, ha visto chiudere 1.753 botteghe: il commercio ambulante è crollato del 65%, i rivenditori di carburante si sono dimezzati. Messina e Siracusa si attestano rispettivamente al 75° e 77° posto, con perdite del 24,7% e 24,6%: nella Città dello Stretto oltre 600 vetrine hanno chiuso i battenti, a Siracusa i negozi sono scesi sotto quota mille. Chiude la classifica siciliana Caltanissetta, 101esima, con un -21,6% rispetto al 2012, penalizzata soprattutto nella chiusura di edicole, distributori di carburante e librerie.
Il progetto Cities di Confcommercio: tre proposte per rilanciare i centri urbani
Di fronte a questo scenario, Confcommercio non si limita alla denuncia. Il presidente Carlo Sangalli rilancia il progetto Cities, un'alleanza con i sindaci articolata su tre assi: regolamentare l'offerta commerciale nei centri storici, favorire il riutilizzo immediato dei locali sfitti e integrare sviluppo economico e pianificazione urbanistica. Sul fronte delle imprese, intanto, si registra un ricorso crescente a strutture societarie più complesse — segnale che chi resiste cerca forme organizzative più solide per fronteggiare un mercato in profonda trasformazione.
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