Riforma accreditamento sanitario 2026: in Sicilia a rischio 3mila imprese, i timori di Conf Salute

Riforma accreditamento sanitario 2026: in Sicilia a rischio 3mila imprese, i timori di Conf Salute

Riforma accreditamento sanitario 2026: in Sicilia a rischio 3mila imprese, i timori di Conf Salute

Liberalizzare il mercato della sanità privata accreditata o rischiare di consegnarlo a pochi colossi finanziari? È questa la domanda che aleggia sull'articolo 15 della legge 118 del 2022, una norma rimasta in stand-by che dovrà essere attuata entro il 31 dicembre 2026. L'obiettivo dichiarato è introdurre una selezione periodica dei soggetti accreditati per erogare prestazioni a carico del Sistema sanitario regionale, in nome dei principi di concorrenza e trasparenza. Ma le associazioni di categoria temono l'effetto opposto: una corsa al ribasso destinata a favorire le grandi concentrazioni a danno di migliaia di piccole e medie imprese.

Il nodo della Bolkestein e le differenze con la sanità

Il meccanismo ricorda per certi versi quello delle concessioni balneari e della direttiva europea Bolkestein, ma con differenze sostanziali. Nel caso dei lidi è in gioco la concessione di un bene pubblico materiale; nel caso delle strutture sanitarie private, l'edificio resta privato — è la possibilità di fungere da punto d'accesso al servizio pubblico entro il budget regionale assegnato. C'è poi un'altra distinzione rilevante: la stessa direttiva europea 2006/123/Ce esclude esplicitamente dal proprio campo di applicazione i servizi sanitari, «indipendentemente dal fatto che vengano prestati o meno nel quadro di una struttura sanitaria». Un dettaglio che ha fatto storcere il naso a molti operatori.

In Sicilia 3mila imprese e un miliardo di budget a rischio

La riforma avrà un impatto particolarmente significativo in Sicilia, dove il settore è di dimensioni considerevoli. Secondo i dati condivisi da Conf Salute, nell'Isola operano oltre 3.000 imprese nel comparto socio-sanitario, con il numero più alto di laboratori di analisi cliniche a livello nazionale: 415, pari al 30,3% del totale italiano. Secondo i dati del ministero della Salute riferiti al 2023, in Sicilia le strutture private accreditate erano 1.364 contro 1.011 pubbliche; solo per le attività ambulatoriali e laboratoriali il rapporto sale a 1.143 privati contro 340 presidi pubblici. Il budget regionale stanziato nel 2025 per prestazioni ospedaliere e ambulatoriali supera un miliardo di euro.

I criteri del decreto PNRR e i timori per le piccole strutture

A definire ulteriormente il quadro normativo è l'articolo 26 del decreto legge 19/2026, convertito in legge dal Senato pochi giorni fa. La norma introduce un sistema premiale per la selezione degli erogatori convenzionati, basato su criteri come la capacità produttiva, il volume delle prestazioni, la capillarità dei servizi e la contribuzione allo smaltimento delle liste d'attesa. Criteri che, secondo le associazioni di categoria, finirebbero per premiare le strutture più grandi e capitalizzate.

Marano (Conf Salute): "Rischio oligopolio, la svolta va governata con buonsenso"

A spiegare le preoccupazioni del settore è Luigi Marano, presidente regionale di Conf Salute in Sicilia. «Alla data di entrata in vigore della legge, prevista per il primo gennaio 2027, ci si troverebbe in presenza di una condizione di squilibrio che vedrebbe prevalere, in assoluto, grosse concentrazioni e multinazionali, a scapito delle micro, piccole e medie imprese», afferma. Il rischio, secondo Marano, è la creazione di un oligopolio con conseguenze a catena: chiusura del mercato, compressione della concorrenza e — soprattutto — trasferimento della ricchezza prodotta nei territori verso altre aree geografiche. «Le Mpmi investono nel territorio che le ha viste nascere. I grandi gruppi, per loro natura, portano la ricchezza altrove», sottolinea.

Le richieste di Conf Salute alla fase attuativa sono precise: che le procedure comparative riguardino esclusivamente i nuovi accreditamenti e non le strutture già contrattualizzate con adeguati requisiti di qualità; che venga garantita una clausola di continuità per le realtà già integrate nel sistema pubblico; che i criteri di selezione siano proporzionati alla dimensione aziendale, evitando automatismi che favoriscano le grandi aggregazioni. «Siamo di fronte a una svolta che va governata con buonsenso», conclude Marano, «trovando i giusti correttivi che tutelino la continuità delle strutture già accreditate».

 

di Gioacchino D'Amico

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