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Catania può diventare un modello green

Catania può diventare un modello green

Catania può diventare un modello green

Questo drammatico periodo in un’orribile staffetta tra pandemia e guerre ha fatto riflettere molti su come alcune politiche industriali, negli ultimi decenni, abbiano favorito l’aumento della dipendenza del nostro Paese dall’importazione di beni, materiali ed energia. Riflessione che ha finalmente acceso un faro concreto sui concetti di sostenibilità e resilienza. Tuttavia è ancora insufficiente l’applicazione nell’industria (dai rifiuti, all’agroalimentare, alle costruzioni) di strategie efficaci di recupero di materia ed energia dagli scarti e dai residui. Ma anche i numeri rassicuranti, con cui viene rappresentato il paese nel confronto europeo, di percentuali di raccolta differenziata ed impianti di valorizzazione del rifiuto urbano, continuano a nascondere una gravissima sperequazione tra le diverse aree geografiche del nostro paese che in parte riflette una analoga asimmetria tra Nord e Sud d’Europa.

Ciò in particolare si determina per gli impianti per il recupero energetico della frazione residuale del rifiuto urbano che proprio nelle aree più a Sud (d’Europa e d’Italia) vengono ancora osteggiati da una (piccola) parte della popolazione ma che soprattutto sono stati spesso “trascurati” nella pianificazione regionale, a volte nella più totale miopia (fisiologica o meno) degli organi di governo tecnico e politico, dando vita ad un deficit infrastrutturale - presente e futuro - di impianti di incenerimento con recupero energetico e lasciano (troppo) spazio a evitabilissimi ampliamenti di discarica [1] e accoppiato trattamento meccanico-biologico, con ciò continuando a lasciare un enorme onere per le generazioni future come avvenuto per decenni.

Ancora più insostenibile è il trasferimento di questi rifiuti fuori regione [2]con un enorme aggravio economico ed ambientale ma soprattutto con un’inaccettabile perdita di autonomia e resilienza. Per garantire che anche la gestione di quel rifiuto che residua dalla filiera del riciclo, sia veramente sostenibile ed economica, l’Università di Catania, in collaborazione con Enea, ha proposto un innovativo modello di Simbiosi industriale che affronta contestualmente – integrandole - le gestioni di rifiuti, acque reflue e fanghi di depurazione. Con ciò massimizzandone i vantaggi, ambientali, economici e sociali in un’integrazione eco-sistemica.

Questa soluzione richiede “solo” la capacità di intravedere un futuro possibile e ottimale e pianificarlo, anche per step successivi, nella sua interezza, con competenza e nell’interesse prevalente della comunità. Come? Localizzando moderni impianti di incenerimento con recupero energetico (chiamateli termovalorizzatori [3] se vi va) in distretti industriali, strettamente vicino a impianti per la digestione anaerobica e possibilmente a importanti impianti di depurazione. E questo è certamente possibile per la città di Catania - e quindi per la Sicilia Orientale - dove si potrebbe realizzare una piattaforma sinergica e integrata per la completa e contemporanea chiusura dei cicli dei rifiuti, delle acque reflue e dei fanghi di depurazione attraverso la realizzazione di termovalorizzatore e impianto di digestione anerobica vicini e vicino l’impianto di depurazione. L'enorme quantità di energia elettrica e termica a basso costo che origina dalla valorizzazione energetica del rifiuto residuale determina enormi vantaggi:

1) una riduzione della esigenza di volumetrie di discarica a meno del 5% per le sole ceneri stabilizzate (Discarica zero);

2) un rilevante risparmio di costi per le amministrazioni nella gestione del rifiuto indifferenziato e degli scarti della selezione da raccolta differenziata (il terribile 191212 che molti sindaci hanno imparato “a loro spese” a conoscere);

3) l’incremento del tasso di riciclo complessivo di oltre il 6% del totale dei rifiuti su quanto già garantito dalla Rd – andando con ciò a supporto degli onerosi obiettivi europei - grazie al recupero oggi tecnicamente consolidato e sicuro delle scorie di combustione.

4) la massimizzazione (incremento della produzione e utilizzo del 100%) della produzione e conversione di biogas a biometano, per come ottenuto sia dalla frazione organica dei rifiuti che da fanghi di depurazione proprio grazie all’energia termica del termovalorizzatore usata per scaldare i digestori anaerobici delle due frazioni. Il possibile recupero del fosforo (materiale critico per l’Europa) in una linea dedicata del termovalorizzatore - con grande risparmio per le ovvie economie di scala – risolvendo così anche il gravissimo problema della gestione dei fanghi di depurazione in regione (Fango zero)

5) il riutilizzo totale delle acque reflue tutto l’anno grazie all’energia elettrica del termovalorizzatore che riduce i costi di depurazione e di pompaggio alle aree irrigue garantendo agli agricoltori un’acqua a basso costo con potere fertilizzante – con ciò ottenendo ottenendo lo straordinario ulteriore risultato dello scarico zero sui corpi idrici e in mare (con beneficio per bagnanti locali e turisti).

6) la soluzione del gravoso problema delle emissioni maleodoranti di tutti e tre gli impianti in oggetto attraverso l’invio dell’aria captata al termovalorizzatore che porta a zero l’odore.

7) l’energia termica prodotta dal termovalorizzatore in quantità enorme (e per questo non bisogna fare l’errore di recuperare solo l’elettricità), permette di fare riscaldamento ma anche raffrescamento (in trigenerazione) dei complessi industriali limitrofi e la stessa energia, attraverso una accorta pianificazione, può incoraggiare nuove imprese a insediarsi e sviluppare processi che richiedano calore a basso costo, aumentando così ulteriormente la simbiosi e la sostenibilità complessiva del distretto industriale.

È un futuro che può proiettare Catania ad essere il primo esempio di reale e integrata chiusura dei cicli e diventare un modello di riferimento per tutto il Mediterraneo e non solo. Quando le cose non vanno basta cambiare le cose, ma occorre coraggio e rinuncia alla nostra naturale inclinazione a distruggere le proposte dell’altro.

Giuseppe Mancini
Direttore del Cutgana dell’Unict e presidente dell’Associazione nazionale di Ingegneria per l'Ambiente e il Territorio

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