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Sicilia sempre più "vecchia" e senza lavoratori

Sicilia sempre più "vecchia" e senza lavoratori

Sicilia sempre più “vecchia” e senza lavoratori

I siciliani continuano ad invecchiare, e si fanno sempre meno figli. Una realtà sociale che si declina in un problema economico, perché la popolazione in età lavorativa è sempre meno, e il trend non accenna a cambiare verso. Secondo le previsioni fatte dalla Cgia di Mestre sulla base dei dati demografici Istat, la Sicilia entro il 2034 perderà il 12,8% dei suoi potenziali lavoratori; in termini assoluti, si parla di 392 mila lavoratori in meno, quasi il 10% del totale nazionale, che si aggirerà sui 3 milioni. I numeri siciliani sono ben più alti della media registrata nella penisola, per la quale si prevede una perdita dell’8% della popolazione in età lavorativa. La Sicilia, con questi numeri, si pone al terzo posto tra le regioni per valore percentuale, superata soltanto dalla Basilicata, che segna una riduzione del 14,56%, e dalla Sardegna, al 14,17%. In termini assoluti, invece, la Sicilia sale addirittura al secondo posto, superata soltanto dalla Campania [6], che perderà 421 mila potenziali lavoratori.

Il confronto con le altre regioni

L’andamento siciliano si fa ancora più preoccupante se si guarda alle regioni più “giovani”, come l’Emilia Romagna, che perderà soltanto il 2,55%, il Trentino Alto Adige, a -3,10%, e la Lombardia, a -3,43%. Se si guarda alle singole province, poi, ad Agrigento la perdita di popolazione attiva nel 2034 sale al 22,08%, percentuale che la porta al primo posto tra le province italiane. Al terzo e quarto posto Caltanissetta e Enna, rispettivamente al -17,89 e -17,71%. Anche Messina sta sopra la media regionale, a -13,81%, così come Palermo, a -13,14%. Siracusa, si ferma a -10.84%; Trapani e Catania scendono invece al 10,40%. Solo Ragusa si trova in fondo alla classifica, con un valore negativo del 3,85%. Le ragioni di questo crollo vanno ricercate nel progressivo invecchiamento della popolazione: con sempre meno giovani e con tanti “baby boomer” (persone nate a cavallo tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60 del secolo scorso, ndr) destinati a uscire dal mercato del lavoro per raggiunti limiti di età, molti territori subiranno un autentico “spopolamento”, anche di potenziali lavoratori, soprattutto nel Mezzogiorno.

Recessione demografica e non solo

“Se alla recessione demografica aggiungiamo l’instabilità geopolitica, - scrivono dall’ufficio studi della Cgia di Mestre - e la transizione energetica e digitale, le nostre imprese sono destinate a subire dei contraccolpi spaventosi. La difficoltà, ad esempio, di trovare giovani lavoratori da inserire nelle aziende artigiane, commerciali o industriali è avvertita già in questo momento, figuriamoci fra qualche decennio. Ovviamente, chi spera in una inversione del trend demografico rischia di rimanere deluso”. Secondo l’associazione degli artigiani e delle piccole imprese, non ci sono misure in grado di cambiare segno a questo fenomeno in tempi ragionevolmente brevi. E nemmeno il ricorso agli stranieri potrà “risolvere” la situazione. “Pertanto, dobbiamo rassegnarci a un progressivo rallentamento anche del Pil – continuano dalla Cgia -. Senza contare che una società con meno giovani e più anziani dovrà fronteggiare un’impennata della spesa previdenziale, di quella sanitaria e di quella assistenziale da far tremare i polsi”.

La difficoltà delle imprese

Già oggi molte imprese, anche del Sud, denunciano la difficoltà di trovare personale preparato da inserire nel proprio organico. Nonostante ciò, il Mezzogiorno potrebbe avere meno problemi del Centronord. A differenza di quest’ultimo, infatti, il primo, avendo tassi di disoccupazione e di inattività molto elevati, potrebbe colmare, almeno in parte, i vuoti occupazionali che interesseranno soprattutto il settore agroalimentare e quello ricettivo. La crisi occupazionale potrebbe riguardare in particolare le piccole imprese, costrette a ridimensionare gli organici perché impossibilitate ad assumere. Per le medie e grandi imprese, invece, il problema dovrebbe essere più contenuto. Con la possibilità di offrire stipendi più elevati della media, orari ridotti, benefit e importanti pacchetti di welfare aziendale, i pochi giovani presenti nel mercato del lavoro non avranno esitazioni nel scegliere le grandi anziché le piccole e micro imprese che questi benefici non possono erogarli.

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