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Partite Iva in aumento in quasi tutta, non in Sicilia

Partite Iva in aumento in quasi tutta, non in Sicilia

Partite Iva in aumento in quasi tutta, non in Sicilia

Le partite Iva in Sicilia non riprendono a crescere come nel resto d’Italia. Secondo i dati Inps, elaborati dall’ufficio studi della Cgia di Mestre, tra il 2019 e il 2022, nei primi tre trimestri dell’anno, sono state 12.800 le partite Iva andate perse, e nel 2023 non c’è stato alcun recupero.

Partite Iva in calo in Sicilia

Una realtà in controtendenza con quella della Penisola, che vede moltissime regioni registrare un bilancio positivo tra 2022 e 2023. I valori nazionali, in virtù dei risultati dei singoli territori, nel 2023 mostrano una perdita del 4,4% rispetto al 2019, ma crescono dell’1,2% rispetto al 2022. Un andamento che mostra, in buona parte del resto d’Italia, una ripresa dell’economia e della voglia di fare impresa, che si accompagna a una nuova fiducia verso il futuro dopo l’emergenza sanitaria da Covid-19, che ha rappresentato uno scoglio anche psicologico importante.

Anche in Calabria crescono le partita Iva

Molte regioni, infatti, hanno raggiunto valori ben più positivi, come il Molise (che in solo anno cresce dell’8,4%), o la Liguria (che si discosta di poco, all’8,2%). Anche la Calabria, regione meridionale in una condizione economica non florida, vede il numero di partite Iva crescere del 5,6%.

Se si va ad approfondire l’analisi, il saldo delle partite Iva risulta in negativo soprattutto per quelli che sono gli autonomi “classici”, e cioè gli artigiani, i commercianti e gli agricoli. In Sicilia, tra il 2014 e il 2022, sono diminuiti del 6,7%, che in termini assoluti si traducono in 17.472 realtà perse. A livello nazionale, questa percentuale sale all’11,7%.

Per quanto riguarda la ripartizione geografica, la contrazione più pesante si è registrata nel Nord-Est (-14,1%). Seguono Nord-Ovest (-14%), Centro (-12,5%) e, infine, Mezzogiorno (-6,9%). Diversamente, sono in espansione le partite Iva senza albo né ordine professionale, come i web designer, i social media manager, i formatori, i consulenti agli investimenti, i pubblicitari, i consulenti aziendali, i consulenti informatici, gli utility manager, i sociologi, gli amministratori di condominio. Tante professionalità che hanno una “storia” breve e quindi non ancora regolamentata, capaci di trovare spazio in un mercato in grande evoluzione e continua crescita, che richiede figure sempre nuove, versatili e capaci di trasformarsi insieme alla società e alle sue esigenze.

Ad allargare la platea degli autonomi ha concorso anche il fisco

Questi dati potrebbero però essere interpretati come uno specchietto per le allodole. Il trend positivo registrato dallo stock di lavoratori autonomi in questi ultimi tre anni è sicuramente ascrivibile alla ripresa economica maturata dopo l’avvento del Covid. Con un Pil che nel biennio 2021 e 2022 ha toccato livelli di crescita molto elevati, è aumentata l’occupazione e conseguentemente anche quella indipendente. Sicuramente ad allargare la platea degli autonomi ha concorso anche il fisco. L’introduzione del regime forfettari per le attività autonome con ricavi e compensi inferiori a 85 mila euro ha reso meno gravoso di un tempo gestire fiscalmente un’attività in proprio. Ciò nonostante, non è nemmeno da escludere che la crescita numerica di questo settore sia riconducibile anche all’incremento delle “false” partite Iva, lavoratori che, per scelta o pur di lavorare, accettano di aprire una partita Iva, pur rimanendo alle dipendenze di un solo datore di lavoro.

Grazie al boom dello smart working avvenuto in questi ultimi anni, è probabile che le “finte” partite Iva siano aumentate, anche se, attualmente, il numero complessivo di queste ultime è stimato attorno alle 500 mila unità, una soglia già raggiunta una ventina d’anni fa.

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