C’è un dato che più di altri fotografa la distanza ancora esistente tra uomini e donne nelle fabbriche italiane: nel settore metalmeccanico le lavoratrici guadagnano mediamente 5.401 euro lordi in meno all’anno rispetto ai colleghi uomini. È quanto emerge dall’analisi della Fiom-Cgil sui rapporti periodici relativi alla situazione del personale maschile e femminile nelle aziende del comparto.
Lo studio, presentato nei giorni scorsi, ha preso in esame 1.315 rapporti relativi al biennio 2024-2025, per un totale di oltre 500 mila persone: 476.488 dipendenti diretti e 37.309 lavoratrici e lavoratori in somministrazione. Una fotografia che mette in evidenza non soltanto la diversa presenza di uomini e donne nelle aziende, ma anche le differenze nell'organizzazione del lavoro, nelle carriere e nelle retribuzioni.
Donne nella metalmeccanica, la presenza resta minoritaria
Sul totale dei 476.488 dipendenti diretti considerati dall'indagine, 373.865 sono uomini e 102.623 donne. La componente femminile si ferma quindi al 21,5%. La presenza delle lavoratrici cambia inoltre in base al ruolo ricoperto. Le donne rappresentano il 17,5% dei dirigenti, il 23,1% dei quadri, il 30,5% degli impiegati e appena il 12,2% degli operai.
Nel complesso, la platea analizzata è composta per il 2,80% da dirigenti, per il 9,68% da quadri, per il 44,45% da impiegati e impiegate e per il 43,07% da operai e operaie. Numeri che mostrano come la presenza femminile rimanga particolarmente ridotta soprattutto nelle posizioni operaie e, più in generale, nei ruoli maggiormente legati alla produzione. Anche il lavoro in somministrazione conferma lo squilibrio: i lavoratori somministrati rappresentano il 7,83% del totale e sono per l'89,7% uomini e per il 10,7% donne.
Part time e lavoro agile, donne più coinvolte
Il divario emerge anche nelle modalità con cui viene organizzato il lavoro. Il part time interessa il 3,68% dei dipendenti, ma la differenza tra uomini e donne è molto ampia: riguarda appena l'1,3% degli uomini contro il 12,2% delle donne. Una distanza che può avere conseguenze anche sulla retribuzione complessiva e sulle prospettive professionali, considerando che il lavoro a tempo parziale incide sulla quantità di ore lavorate e, in molti casi, sulla progressione economica. Diverso il quadro per il lavoro agile, utilizzato da circa un dipendente su quattro. In questo caso la quota è del 23,5% tra gli uomini e sale al 37,1% tra le donne.
Gender pay gap, nelle buste paga delle donne 5.401 euro in meno
È però sul terreno delle retribuzioni che la distanza diventa più evidente. Secondo l'analisi Fiom, nel 2025 la retribuzione lorda media pro capite è stata di 44.985 euro per gli uomini e 39.584 euro per le donne. Il risultato è un gender pay gap del 12%, pari a una differenza media di 5.401 euro lordi all'anno. Nel complesso, pur rappresentando il 21,5% degli occupati, le donne ricevono il 19,6% del monte retributivo annuo lordo. Il divario varia sensibilmente anche in base alla categoria professionale. Per i dirigenti la differenza arriva a 29.977 euro lordi l'anno, mentre è di 6.788 euro per i quadri, 7.955 euro per gli impiegati e 6.173 euro per gli operai. La composizione della retribuzione aiuta a comprendere meglio il fenomeno. Il salario strutturale, legato alla contrattazione collettiva, presenta un divario intorno all'8,5%. Quando invece si considerano le componenti accessorie, il gender pay gap sale al 23,6%.
È proprio su questa componente della retribuzione che si concentra una parte significativa della differenza: premi, superminimi e altre voci aggiuntive possono infatti essere determinate attraverso meccanismi aziendali o individuali.
La contrattazione integrativa riduce il divario salariale
Un altro elemento evidenziato dallo studio riguarda il ruolo della contrattazione integrativa. Nei grandi gruppi e nelle aziende caratterizzate da una presenza sindacale storicamente più forte e da una contrattazione aziendale strutturata, il gender pay gap scende all'8,3%, circa quattro punti percentuali in meno rispetto al dato complessivo.
È su questo dato che la Fiom costruisce la propria lettura dello studio. Per il segretario generale Michele De Palma e per la segretaria nazionale Barbara Tibaldi, la contrattazione rappresenta uno degli strumenti attraverso cui ridurre le differenze salariali e rafforzare l'uguaglianza tra lavoratrici e lavoratori.
I due dirigenti sindacali sottolineano il ruolo del contratto nazionale dei metalmeccanici e chiedono di rafforzare ed estendere la contrattazione di secondo livello, considerata decisiva soprattutto nella gestione delle componenti salariali aggiuntive.
Trasparenza salariale, la Fiom chiede nuovi interventi
Il tema si intreccia ora anche con il nuovo quadro normativo sulla trasparenza retributiva. Il decreto legislativo 7 maggio 2026, n. 96, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 1° giugno, ha recepito in Italia la direttiva europea 2023/970, introducendo disposizioni volte a rafforzare la parità di retribuzione tra uomini e donne per lo stesso lavoro o per un lavoro di pari valore attraverso maggiore trasparenza e strumenti di tutela.
La Fiom ritiene tuttavia che il nuovo impianto normativo non sia sufficiente e chiede ulteriori interventi per rendere più efficace il monitoraggio delle differenze retributive. «La contrattazione collettiva è una leva importante ma da sola non basta», hanno sottolineato De Palma e Tibaldi, chiedendo un quadro legislativo coerente e strumenti che consentano di individuare e affrontare con maggiore precisione le disparità salariali.
Il dato che emerge dalla ricerca, dunque, non riguarda soltanto quanto guadagnano uomini e donne, ma anche come vengono distribuite opportunità, ruoli e componenti della retribuzione. Ed è proprio su questi meccanismi che si concentra ora il confronto sulla parità nel settore metalmeccanico.
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