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Anci Sicilia compie cinquant’anni: il punto sugli obiettivi e breve e lungo termine

Anci Sicilia compie cinquant’anni: il punto sugli obiettivi e breve e lungo termine

Anci Sicilia compie cinquant’anni: il punto sugli obiettivi e breve e lungo termine

L’Anci Sicilia compie cinquant’anni: fondata nel 1973, essa rappresenta e supporta da mezzo secolo gli Enti locali dell’Isola nell’attività amministrativa. L’impegno dell’Associazione dei Comuni siciliani è stato celebrato a Palermo al San Paolo Palace e il Quotidiano di Sicilia ha intervistato il presidente Paolo Amenta e il segretario generale Mario Emanuele Alvano per ripercorrere questo mezzo secolo di storia e fare un punto sugli obiettivi e breve e lungo termine.

Paolo-Amenta

Paolo Amenta

Presidente Amenta, cinquant’anni sono un grande traguardo per l’Anci Sicilia. Come è stato il percorso per arrivare fino a qui, in discesa o con qualche difficoltà?

“Gli ultimi vent’anni in particolare sono stati oggetto di un grande cambiamento. Noi abbiamo voluto fortemente questa assemblea, sicuramente per celebrare i cinquant’anni, ma anche per far capire all’esterno che questo non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza. C’è in atto un grande cambiamento nel sistema degli Enti locali, con tutta una serie di riforme che, con la solita lentezza, stanno atterrando nei territori. Provvedimenti che hanno modificato praticamente la vita dei Comuni. Nel caso specifico essi, su indicazione delle norme, devono sviluppare funzioni fondamentali e produrre servizi essenziali. È cambiato tutto nell’apparato economico-finanziario con l’avvento della famosa Legge 49/2009, cioè il Federalismo fiscale dove all’interno c’è il Federalismo municipale che ormai da 14 anni prova ancora a essere definito. Siamo alla fine della applicazione di questa grande riforma e chiamati a una sfida importante, cioè rivedere il sistema degli Enti locali alla luce delle nuove normative applicate e a una nuova vita dei Comuni attraverso le grandi riforme. È in atto un grande cambiamento e l’assemblea di domani cade a pennello perché vuole rappresentare il punto di partenza nella gestione degli Enti locali e nello sviluppo delle funzioni fondamentali che le norme attribuiscono ai Comuni con la produzione dei servizi essenziali. Un percorso quindi in salita, con grossissimi problemi: probabilmente non tutti ci siamo resi conto della profondità della crisi del sistema degli Enti locali, soprattutto in Sicilia, però per quanto siano grandi i problemi, gli stessi saranno risolvibili solo attraverso una collaborazione e una condivisione delle criticità”.

Partendo quindi dagli elementi che ci ha appena elencato, qual è lo stato di salute dei Comuni della Sicilia dopo cinquant’anni?

“Partendo dall’applicazione della riforma economico-finanziaria, i Comuni siciliani sono stati costretti ad armonizzare i bilanci, e senza scendere nei tecnicismi, questo significa: ‘Tu spendi solo se incassi’. Il tema dei residui attivi che vengono cancellati dalla norma, il creare le condizioni per cui i servizi essenziali come la gestione dei rifiuti e del sistema idrico integrato vengono garantiti soltanto a copertura totale del pagamento della tariffa, il fatto che nei Comuni siciliani il livello di riscossione sia ancora molto basso, sul 50-60%: tutto questo determina uno squilibrio, uno stato di salute gravissimo al punto che su 391 Comuni siciliani un terzo, cioè più di cento, vivono un momento di predissesto o addirittura dissesto finanziario. Quindi la salute non è delle migliori e ribadisco che i problemi sono gravissimi. Questa riforma ha delle luci ma anche delle ombre: mentre ci ha costretti ad armonizzare i bilanci e quindi a prevedere spese soltanto se si incassano i soldi, dall’altra parte non riusciamo a stabilire quello che è previsto nella legge, cioè calcolare i fabbisogni standard e provare con obiettivi di servizio ad arrivare ai famosi Livelli essenziali delle prestazioni”.

In un confronto tra passato e presente, come si sono evolute le difficoltà di cui stiamo parlando?

“Anche prima le difficoltà c’erano, perché tutto il sistema degli Enti locali è legato alle politiche di sviluppo dei territori. I Comuni finanziano le funzioni e i servizi attraverso l’addizionale Irpef, che si preleva nelle buste paga, ma le buste paga ci sono se c’è lo sviluppo e la differenza rispetto al passato è che mentre prima ti veniva consentito di fare spesa attraverso i residui attivi, ovvero che se ho dei crediti nei confronti dei cittadini non li posso incassare ma allo stesso tempo non fermo la macchina della produzione dei servizi, quindi garantisco copertura, oggi non mi è più consentita un’operazione di questo tipo e quindi si iniziano ad avere grossissimi problemi nel poter dare risposte ai cittadini e alla richiesta di servizi”.

Prima parlava di “collaborazione e condivisione delle criticità”. A questo proposito, come sono i rapporti istituzionali tra Anci e Governi nazionale e regionale e come si sono evoluti nel corso di questi decenni?

“Stiamo provando a innescare un rapporto di collaborazione e condivisione di strategie di insieme, perché oggi Comuni e Regioni da soli non si possono salvare. Sono anni che ripetiamo che c’è bisogno di sedersi attorno a un tavolo con Governo nazionale, regionale e sistema degli Enti locali, nel caso della Sicilia per elencare le tematiche e i problemi che ci sono e provare a trovare delle soluzioni congiunte. Oggi siamo all’inizio di un nuovo tentativo di collaborazione. Quest’anno c’è stato un rapporto fitto nella costruzione del Fondo delle Autonomie locali, che noi vorremmo trasformare in Fondo di perequazione per i Comuni, e c’è stato un rapporto importante con il presidente della Regione Renato Schifani e con l’assessore al Bilancio Marco Falcone. Probabilmente per la prima volta si comincia a discutere di servizi e di competenze dei Comuni e a provare, attraverso il Fondo delle autonomie, a garantire le coperture”.

A che punto sono i Comuni siciliani nello stato di attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza?

“Il tema del Pnrr non può non essere legato alla Programmazione regionale. La percentuale di esecuzione in Sicilia è comunque importante. Nonostante vi siano delle grosse difficoltà dal punto di vista del personale, i Comuni siciliani hanno dimostrato di riuscire a tirare fuori gare, ad aprire cantieri e a iniziare a fare un percorso. Non ci voleva certamente la questione della modifica del Pnrr, che lascia un po’ di indecisione e di incertezza ai Comuni, ma speriamo che come dice il Governo nazionale sia semplicemente una modifica e che sia garantita la copertura, con tutti i cantieri aperti e i contratti firmati. Paradossalmente, pur avendo grosse difficoltà di personale gli Enti locali si sono attrezzati lavorando e posso dire che il 70% dei progetti finanziati dal Pnrr o sono già cantieri o sono contratti avviati per dare inizio al cantiere”.

Alla luce di quanto ci ha detto, quali sono i progetti e gli obiettivi di Anci Sicilia per il 2024?

“Stiamo organizzando l’Associazione in modo da renderla attuale ed efficiente dal punto di vista tecnico e dei contenuti. L’Anci oggi conta cinque-sei Commissioni equiparate alle Commissioni dell’Ars, per iniziare un dialogo costruttivo e competente. Dentro le Commissioni ci sono sindaci ed esperti che abbiamo individuato per trattare le specifiche materie. Dopo sette-otto mesi della mia presidenza immagino un 2024 operativo. Il 2023 è servito per costruire una macchina nuova, con degli esperti a disposizione sulle tematiche importanti e l’anno prossimo immagino di poter dare risposte positive ad almeno una parte dei problemi da risolvere tra cui il sistema dei rifiuti: oggi c’è una tariffa enorme, che pagano i Comuni e di conseguenza i cittadini. Quindi immagino l’Anci al centro delle questioni, anche da un punto di vista tecnico e mi auguro che decolli definitivamente il dialogo con la Regione e il Governo nazionale”.

mario-alvano anci sicilia

A concludere il ragionamento su come si è evoluta l’Anci Sicilia – e con essa ovviamente i Comuni dell’Isola – nel corso di questo mezzo secolo, ci ha pensato il segretario generale dell’associazione Mario Emanuele Alvano, che si è soffermato in particolare sulle differenze che nel corso dei decenni hanno contribuito a scavare un solco tra gli Enti locali del Nord e quelli del Sud del nostro Paese. “Tendenzialmente – spiega Alvano - il rapporto tra Nord e Sud è peggiorato nel tempo. Proprio quei meccanismi normativi e fiscali del federalismo hanno rafforzato i territori più ricchi, che più facilmente, attraverso i tributi e le entrate proprie riescono a far fronte alle situazioni. Attenzione, anche loro con alcune difficoltà. Non è che nelle altre parti d’Italia siano tutte rose e fiori, però la capacità fiscale di quei territori è superiore, le entrate che hanno in termini di addizionale Irpef e di Imu sono superiori e riescono a far fronte meglio alla sfida di quella che è la qualità della vita attraverso l’erogazione di servizi migliori”.

Un circolo vizioso che non fa altro che allargare il gap tra parte settentrionale e meridionale del Paese…

“C’è anche un altro aspetto che fa la differenza: la maggiore solidità finanziaria dei Comuni del centro Nord ha garantito loro la possibilità negli ultimi anni di realizzare quelle assunzioni che sono preziose proprio per la funzionalità degli uffici. Noi invece abbiamo, dal punto di vista del personale, dei processi di stabilizzazione su dipendenti non sempre altamente specializzati e di contro abbiamo avuto il blocco quasi totale delle assunzioni per quelle figure indispensabili agli uffici su servizi finanziari, tecnici e quant’altro. La questione del personale non la si può affrontare dal punto di vista complessivo, perché se la guardassimo sotto il profilo dei numeri, il personale risulterebbe congruo. Quello che ci manca è proprio il personale formato e specializzato. Non l’abbiamo potuto assumere in questi ultimi anni e questo è accaduto soltanto da noi e non in tutto il resto d’Italia. Purtroppo il blocco è legato proprio alla condizione finanziaria e questa norma favorisce i Comuni che hanno una solidità maggiore. Quindi la differenza sostanziale tra Nord e Sud è legata a due fattori: condizione finanziaria e personale specializzato. Questo non vuol dire che sono mancati gli sforzi da parte delle nostre Amministrazioni locali”.

Nello specifico, su cosa si è lavorato maggiormente?

“Abbiamo fatto dei passi in avanti: penso per esempio alla riqualificazione delle città. Rispetto al passato, specialmente i piccoli e i medi centri, si presentano meglio da un punto di vista urbanistico, del decoro urbano. Le grandi città le lascerei da parte perché hanno dei problemi specifici, anche si registrano pure in questo caso passi in avanti. Su questo ha influito anche l’esternalizzazione dei servizi, che ha portato un miglioramento degli stessi. I Comuni in Sicilia hanno mostrato delle difficoltà sul fronte della capacità di spesa. Un eventuale criterio di applicazione di spesa storica non sarebbe in linea con il meccanismo dei Lep e dei fabbisogni standard. Questo meccanismo punitivo, cioè di fornire maggiori contributi alle regioni che hanno maggiore capacità di spesa, lo trovo aberrante. Quando rispetto al raggiungimento degli obiettivi nella qualità dei servizi passano anche vent’anni, io credo che le istituzioni, dallo Stato e a caduta tutte le altre, si debbano porre il tema di come intervenire per sostenere gli Enti locali e rafforzarne la capacità, e laddove serve affiancando personale qualificato e se non basta, giungere alle sostituzioni. Ma queste ultime devono essere prese soltanto come ultima soluzione, dove il supporto non ha portato a nulla”.

Raffaella Pessina

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