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Emergenza migranti: un mito da "sfatare"

Emergenza migranti: un mito da "sfatare"

Emergenza migranti: un mito da “sfatare”

PALERMO - Cadaveri in mare, naufragi, emergenza migranti… A queste parole e ai fenomeni che rappresentano, purtroppo, l’Italia si sta progressivamente abituando. Così come alle morti “silenziose” di chi parte per mare in cerca di speranza: secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), almeno 441 persone hanno perso la vita nel Mediterraneo centrale solo da gennaio a marzo 2023. Un dato che non conteggia le decine di cadaveri accatastati lungo le coste della Tunisia o perfino nel deserto, ritrovati negli scorsi giorni, né le tante vittime senza nome partite e mai arrivate a destinazione.

La situazione è preoccupante e non accenna a migliorare, specialmente considerando i potenziali impatti (soprattutto sulla rotta libica) della situazione in Sudan, sull’orlo di una nuova guerra civile. Un tassello che si aggiunge a un quadro internazionale tra i più complessi degli ultimi decenni.

Emergenza migranti, un “mito da sfatare”

Di migranti si sente parlare “a fasi alterne”. E questa, almeno per l’Italia, è una fase caratterizzata da retorica emergenziale e ridefinizione delle politiche migratorie. Il dibattito dopo la strage di Cutro, i progetti per il potenziamento degli hotspot e l’idea di uno stato d’emergenza nazionale per gestire l’aumento dei flussi ne sono la palese dimostrazione. Ma è davvero in atto un’emergenza? Secondo Maurizio Ambrosini, professore di Sociologia (UniMi) e analista dell’Ispi, no. “Si oscilla – spiega - tra una definizione dell’emergenza come una ‘misura tecnica’ e l’enfasi politica (dell’emergenza, nda), che poi è il vero obiettivo: dare il messaggio che il Paese è sotto assedio, che c’è un rischio di invasione e che quindi servono politiche molto decise per fermare questa orda di profughi che preme alle porte del Paese. I dati, però, dicono che nel 2022 la Germania ha accolto 216 mila richiedenti asilo, la Francia 137 mila, la Spagna 116 mila e l’Italia 77 mila. Gli altri Paesi accolgono più di noi i richiedenti asilo. Siamo noi, in particolare il nostro Governo, le forze politiche e l’opinione pubblica che le segue, a essere convinti che l’Italia sia il ‘campo profughi d’Europa’, ma non è vero”.

È dello stesso parere Emiliano Abramo, presidente della Comunità di Sant’Egidio di Catania, che dichiara al QdS: “In Italia non siamo affatto in uno stato d’emergenza per i migranti. I numeri sono assolutamente contenuti. La Sicilia è terra di primissimo approdo, ma in percentuale siamo al di sotto della media europea e delle altre Regioni d’Italia per numero di migranti sul totale della popolazione. L’emergenza è in alcuni luoghi, tipo Lampedusa; anche se di emergenza è anche triste parlarne: sono oltre dieci anni che arrivano migranti, la verità è che non si è ancora deciso di costruire un pensiero adeguato. Ci vuole un dialogo rinnovato”.

Il problema? Le vie d’ingresso (il)legali

Il Mediterraneo è “regno” di predatori chiamati scafisti o trafficanti di esseri umani. Gente senza scrupoli, pronta a tutto per fare soldi sulla pelle di disperati in fuga di ogni genere ed età, il tutto sotto il segno dell’illegalità. Un “business” spesso internazionale, gestito attraverso una rete di collaboratori pronti a fornire documenti falsi e trasferimenti “facili”, come dimostrano le intercettazioni e i risultati investigativi emersi dalla recente operazione Landayà. E, con la situazione in Sudan in peggioramento, non sarebbe sorprendente se la situazione (relativamente) nuova rappresentasse l’ennesimo “affare” per i trafficanti. Le “strette” recenti del Governo Meloni intendono snellire le procedure d’accoglienza, ma anche di fermare le morti in mare. Però, c’è un’opposizione che preferirebbe una soluzione diversa, fatta di vie d’ingresso legali e gestite dalle autorità.

“Bisogna partire – sostiene Maurizio Ambrosini - da una premessa: esistono i trafficanti di migranti perché non esistono mezzi legali per entrare in Europa. Il modo per rompere il business è quello di dare alle persone in fuga la possibilità di entrare in maniera legale, per esempio attraverso i corridoi umanitari o altre forme di reinsediamento. La ‘guerra ai trafficanti’ è una sorta di artificio retorico e politico utilizzato dagli Stati sviluppati che non vogliono accogliere i rifugiati. Hanno chiuso le frontiere, non concedono visti, non ci sono mezzi legali per arrivare… E allora le persone si affidano a dei trasportatori illegali, che per loro sono come dei taxisti. I trasportatori più noti, quelli che hanno portato molte persone a destinazione, in realtà sono persone riconosciute e stimate nelle loro comunità di origine. Il problema del traffico dei migranti è una conseguenza delle politiche dell’Unione Europea e degli Stati più sviluppati, compresi gli accordi con la Libia, una delle pagine più tristi di questa politica di chiusura nei confronti dei diritti umani”.

Stato d’emergenza e Decreto Cutro non rappresentano una soluzione alla questione migranti italiana ed europea neanche per Emiliano Abramo: “Stringendo il modo di permanere sul territorio italiano non si fa altro che creare illegalità e dare ancora più potere ai trafficanti di esseri umani”. Un rischio che si teme possa diventare ancora più concreto in caso di peggioramento della situazione sudanese.

Sudan e rotta libica, nuova ondata migratoria?

Delle lotte in Sudan si parla ancora poco. E, quando ciò accade, il pensiero va ai rifugiati in fuga che – dai Paesi confinanti – potrebbero presto raggiungere la Libia o altri Paesi africani nella speranza di trovare la salvezza in Europa. Pur rischiando di trovare la morte in mare. Se ne parla, ma l’attenzione è spesso rivolta ai numeri, ai potenziali arrivi. Eppure, spiega il professore Ambrosini, si dovrebbe partire da una prospettiva diversa: “La domanda da porsi è: ‘Come l’Unione europea può aiutare il Sudan a ritrovare la strada della democrazia? È una responsabilità della comunità internazionale, indipendentemente dai possibili effetti in termini di flussi di profughi. Certo, ci sarà anche questo problema, ma i profughi per il 70% cercano asilo nel Paese più vicino e più dell’80% è accolto da Paesi intermedi o del Terzo mondo”.

La Comunità di Sant’Egidio è attualmente in prima linea per garantire aiuti alla popolazione civile e non si occupa soltanto di organizzare corridoi umanitari, ma – come spiega il presidente Abramo – c’è anche “un lavoro di tentativi di colloqui di pace che parte da lontano”. Al momento, aggiunge, l’emergenza in Sudan riguarda principalmente l’aspetto umanitario. Non (ancora) l’impatto economico e sociale delle potenziali migrazioni.

Tuttavia, è già tempo – per l’Italia e l’Ue - di agire in prospettiva di un possibile peggioramento. “Bisogna che l’Italia e i Paesi dell’Ue – afferma Abramo - trovino delle vie legali d’ingresso per sottrarre possibilità ai trafficanti di esseri umani. Bisogna andare in direzione opposta rispetto al Decreto Cutro, creare vie d’ingresso legali, sicure e umane come i corridoi umanitari. I profughi sudanesi sono già in fuga: si stanno muovendo verso il Ciad, il Darfur e l’Eritrea. C’è un movimento di persone, anche se prima che diventi un’ondata migratoria ci vorrà del tempo”.

Il caso turco e la Tunisia, “potenziale nuova Libia”

A influire tanto sulla gestione delle migrazioni sono i rapporti tra i Paesi di partenza o transito e quelli di approdo. E i rapporti tra l’Ue e Paesi come Libia, Tunisia e Turchia non sono sempre semplici da decifrare. “L’Unione europea – spiega Ambrosini - sta adottando da anni una politica di esternalizzazione delle frontiere, che coinvolge in particolare i Paesi di transito e spinge i Governi di questi Paesi a ‘fare il lavoro sporco’, cioè a trattenere i profughi e impedire loro di proseguire il viaggio verso l’Europa. Nello stesso tempo, però, (l’Ue) diventa ricattabile”.

Il docente fa poi alcuni esempi: “Il presidente turco Erdoğan ha goduto sostanzialmente di un’ampia tolleranza da parte dei Governi europei nelle sue politiche autoritarie; il Marocco ha obbligato la Spagna a ‘inchinarsi’ alla sua politica di repressione nei confronti delle rivendicazioni autonomiste del Sahara Occidentale (il Fronte Polisario). In questo modo i Governi dell’Ue pensano di poter ‘salvare la faccia’, mantenere le ‘mani pulite’ e di presentarsi come il continente che onora i diritti umani, scaricando su questi Paesi l’onore di chiudere le frontiere e, bene o male (spesso male), di accogliere i rifugiati, anche con violazioni dei diritti umani, come più volte denunciato nel caso libico. Allo stesso tempo, però, l’Ue paga un prezzo: in particolare legittima Governi dai dubbi (o addirittura impresentabili) standard democratici”.

Il presidente della Comunità di Sant’Egidio, sottolineando l’importanza dei rapporti (economici e non) tra Ue e Libia e Turchia “perché l’Unione europea e alcuni Paesi, come l’Italia, ci hanno investito molto in termini di soldi e rapporti”, mette in guardia su una terza rotta, quella tunisina: “C’è una condizione di disordine diffuso. Stanno usando soldi per lo sviluppo della Tunisia per acquistare motovedette italiane che stanno speronando di continuo barche. I cadaveri non si sa più dove metterli, molti finiscono perfino nel deserto. Io sono molto preoccupato da questo nuovo punto di partenza: temo che stia nascendo una nuova Libia”.

Il costo di migrazioni e accordi a volte “poco trasparenti”

Tra fondi all’estero e bilanci interni, la “macchina” del soccorso, dell’accoglienza e dell’integrazione ha dei costi per l’Italia difficili da quantificare con esattezza. Nelle previsioni di bilancio dello Stato 2023-2025, la Missione 27 (Immigrazione, accoglienza e garanzia dei diritti) - si legge nella relazione del Senato - “ammonta a 3,2 miliardi di euro, cifra sostanzialmente stabile rispetto all’assestamento 2020”. Si evidenziano anche la spesa di 143,08 milioni di euro per la voce “contrasto all’immigrazione clandestina e sicurezza delle frontiere” (l’assestamento 2020 ne prevedeva 160,72, nel 2022 erano 143,95) e i recenti 5 milioni stanziati per lo stato d’emergenza. Il Def, invece, ha evidenziato anche come gli immigrati – in particolare quelli regolari – siano fondamentali per il loro impatto sul debito pubblico. I dati parlano chiaro: un +33% di immigrati potrebbe garantire un calo del debito al 2070 di “oltre 30 punti percentuali”.

A queste cifre, però, vanno sommate anche quelle che descrivono il valore dei rapporti dell’Italia e dell’Ue con la Libia e la Turchia (e non solo) sui migranti. Quanto costa “la politica di esternalizzazione delle frontiere”? A rivelare alcuni elementi è l’Osservatorio “The Big Wall” di ActionAid. In merito al capitolo “Memorandum Italia-Libia”, i dati rivelano che “negli ultimi sei anni l’Italia ha destinato circa 124 milioni di euro alla Libia per mezzi navali e terrestri, strumentazioni satellitari e corsi di formazione per fermare i flussi migratori verso l’Unione europea, con gravi conseguenze sui diritti umani dei migranti”. E potrebbe trattarsi di una stima al ribasso. Lorenzo Figoni, policy advisor di ActionAid, spiega in un report come “le politiche di esternalizzazione delle frontiere vengono finanziate con centinaia di milioni di euro di risorse provenienti dal bilancio dello Stato”, spesso (soprattutto nel caso libico) “gestiti in modo poco trasparente”.

Per quanto riguarda la Turchia, solo nel 2022 le nuove politiche dell’Ue “a supporto dei rifugiati e alla gestione delle frontiere” hanno portato all’erogazione di fondi per un totale di oltre 1,2 miliardi di euro (220 milioni per i controlli ai confini); fondi che sono parte di una spesa di circa 9,5 miliardi dal 2015 a oggi.

Migranti, in che direzione va l’Ue?

Sul futuro delle migrazioni nell’area mediterranea inciderà profondamente la direzione intrapresa dall’Europa, così come il futuro degli accordi con Paesi come Libia, Tunisia e Turchia (tra l’altro prossima al voto). E le prospettive, al momento, non sembrano rosee. “Credo che l’unico punto su cui c’è da aspettarsi che (i Paesi Ue) trovino un accordo sia, purtroppo, quello di una maggiore chiusura”, commenta Ambrosini, aspettandosi un futuro fatto da nuove frontiere serrate e più rimpatri.

Eppure, esisterebbe un’altra via da tentare. Ed è quella auspicata da Emiliano Abramo che, commentando il caso siciliano, conclude: “In quest’ultimo anno mi ha colpito molto, specialmente su Catania, il fatto che gli sbarchi avvengano in silenzio. La società civile non viene coinvolta e questo è un enorme passo indietro rispetto a ciò che la Sicilia ha proposto negli ultimi tempi. Bisogna creare una cultura umana e accogliente e con il coinvolgimento si respinge l’allarme che una certa politica a volte ha cavalcato, cioè la paura dell’invasione”.

Marianna Agata Strano

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