Per una donna che prova a uscire da una situazione di violenza, l'indipendenza economica può diventare una delle condizioni necessarie per ricominciare. È anche da questa consapevolezza che riparte in Sicilia il Reddito di libertà, con la riapertura dei termini per accedere al sostegno destinato alle donne vittime di violenza che si trovano in condizioni di particolare vulnerabilità economica.
Il provvedimento del dipartimento regionale della Famiglia e delle politiche sociali riapre l'avviso pubblico a sportello e stabilisce un nuovo termine di 30 giorni dalla pubblicazione del decreto per la presentazione delle istanze. Le domande dovranno essere trasmesse dai Comuni siciliani entro il 30 ottobre 2026, in collaborazione con i centri antiviolenza e le strutture di accoglienza accreditate.
La misura si inserisce in un quadro nel quale il bisogno di aiuto resta significativo. I dati relativi al 1522, il numero di pubblica utilità contro la violenza e lo stalking, mostrano infatti che nel 2025 in Sicilia sono aumentate in modo consistente le chiamate effettuate da persone che si sono dichiarate vittime di violenza.
Reddito di libertà, chi può accedere al sostegno
Il contributo regionale è rivolto alle donne residenti in Sicilia, con o senza figli, che si trovano in una condizione di fragilità economica e che sono già prese in carico dai centri antiviolenza o dalle strutture di accoglienza a indirizzo segreto. Tra i requisiti rientra anche la mancata fruizione del Reddito di libertà nazionale erogato dall'Inps. L'intervento regionale punta così a raggiungere anche quelle donne che non hanno trovato copertura attraverso il finanziamento statale.
I progetti personalizzati possono finanziare diverse esigenze legate al percorso di autonomia. Tra queste ci sono le spese per l'autonomia abitativa e lavorativa, il pagamento dell'affitto, l'acquisto di attrezzature necessarie per avviare un'attività professionale e i percorsi di formazione.
Sono inoltre previste spese per utenze e servizi, iniziative finalizzate all'inserimento lavorativo e al reinserimento sociale. Possono essere finanziati anche interventi destinati ai figli minori o con disabilità, in particolare nell'ambito dei loro percorsi scolastici e formativi. Le istanze vengono presentate dai Comuni siciliani, con il coinvolgimento dei centri antiviolenza e delle strutture di accoglienza accreditate.
Albano: “L'autonomia economica è fondamentale”
“Con la riapertura dei termini – dichiara l'assessore regionale alla Famiglia e alle politiche sociali Nuccia Albano – vogliamo raggiungere tutte quelle donne che, pur avendone i requisiti, non hanno ancora avuto la possibilità di presentare la propria istanza”. Per l'assessore, il sostegno economico rappresenta una parte di un percorso più ampio che deve coinvolgere servizi sociali, centri antiviolenza e rete territoriale. “Non lasciare sole le donne significa anche metterle nelle condizioni di scegliere liberamente il proprio futuro – aggiunge Albano –. Continueremo a lavorare per rafforzare la rete di protezione e gli strumenti di sostegno, perché l'autonomia economica rappresenta una componente fondamentale nel percorso di liberazione dalla violenza”.
In Sicilia 1.167 chiamate al 1522 da parte delle vittime
A raccontare la dimensione del fenomeno sono anche i dati Istat relativi al 1522. Nel 2025 le chiamate provenienti da utenti della Sicilia sono state 2.173, in calo rispetto alle 2.483 del 2024 e alle 1.868 del 2023. Il dato cambia però quando si isolano le telefonate effettuate da persone che si sono dichiarate vittime di violenza. In questo caso la curva è cresciuta: dalle 682 chiamate del 2023 si è passati alle 819 del 2024, fino alle 1.167 del 2025.
In un solo anno l'incremento è stato quindi del 42,5%, mentre rispetto al 2023 la crescita raggiunge il 71,1%. Le chiamate riconducibili direttamente alle vittime rappresentano il 53,7% del totale delle telefonate provenienti dalla Sicilia, calcolando il rapporto tra i due insiemi di dati.
Il dato va letto con cautela perché si tratta di grandezze differenti: il totale comprende tutte le chiamate provenienti dalla regione, mentre l'altra rilevazione riguarda esclusivamente le persone che si dichiarano vittime.
La seconda metà del 2025 concentra la crescita delle richieste
La distribuzione delle telefonate nel corso dell'anno mostra un'altra caratteristica significativa. Nel primo semestre del 2025 le chiamate provenienti da vittime siciliane sono state 387. Nella seconda metà dell'anno sono invece salite a 780. L'incremento è particolarmente evidente tra il secondo e il terzo trimestre: si passa da 220 a 399 telefonate. Nel quarto trimestre il dato si mantiene elevato, con 381 chiamate.
Nel 2024, al contrario, la distribuzione era stata più uniforme: 247 telefonate nel primo trimestre, 177 nel secondo, 198 nel terzo e 197 nel quarto. La crescita delle richieste di aiuto diretto si è quindi concentrata soprattutto nella seconda parte del 2025.
Sicilia, il confronto con le altre regioni
Con 1.167 chiamate da parte di vittime, la Sicilia si colloca sotto Lombardia, con 3.537, Lazio, con 2.367, e Veneto, con 1.784. Il dato siciliano supera invece quello della Puglia, ferma a 1.007, e si colloca poco sopra la Toscana, che registra 1.144 chiamate. Nel Mezzogiorno, la Sicilia segue la Campania, che arriva a 1.609 contatti, mentre precede Calabria, Sardegna e Basilicata, rispettivamente con 411, 395 e 111 chiamate.
I numeri assoluti non possono però essere utilizzati per stabilire la maggiore o minore diffusione della violenza nelle diverse regioni. Le dimensioni demografiche sono differenti e il 1522 misura soprattutto il volume delle richieste di aiuto che arrivano al servizio.
A livello nazionale, le 1.167 telefonate provenienti dalla Sicilia rappresentano circa il 4,5% delle 25.970 chiamate effettuate nel 2025 da persone che si sono dichiarate vittime di violenza.
Il 1522, oltre 25 mila chiamate dalle vittime in Italia
Nel complesso, nel 2025 il 1522 ha registrato 72.410 contatti, dei quali 61.303 considerati validi. Tra questi, 25.970 riguardano persone che hanno dichiarato di essere vittime di violenza. La motivazione più frequente è stata la richiesta di aiuto, che rappresenta il 42,3% delle chiamate valide. Anche il modo in cui si arriva al servizio offre elementi di riflessione. Internet risulta il principale canale indicato, con il 12,8% dei contatti, seguito dalle campagne di comunicazione istituzionale, al 10,4%. Le telefonate arrivano soprattutto nelle ore diurne, con una maggiore concentrazione tra le 9 e le 11. Il lunedì è il giorno con la percentuale più alta di contatti, pari al 15,9%, mentre nel fine settimana le chiamate diminuiscono.
La violenza spesso non è un episodio isolato
Dietro le telefonate al 1522 ci sono spesso situazioni che si protraggono nel tempo e comprendono più forme di violenza. Nel 2025 le 25.970 vittime hanno indicato complessivamente 47.081 occorrenze, perché una stessa persona può aver subito diverse forme di abuso. La violenza psicologica è quella indicata più frequentemente come principale, nel 36,1% dei casi. Seguono la violenza fisica, le minacce e lo stalking. Particolarmente significativo è il dato sulla durata: solo il 6% delle donne riferisce un episodio avvenuto una sola volta. Nel 36,5% dei casi la situazione prosegue da anni, mentre nel 19,6% dura da diversi mesi. La violenza, dunque, per una parte consistente delle vittime non coincide con un singolo episodio, ma con una condizione che può diventare persistente e inserirsi nella quotidianità.
La casa resta il luogo più indicato dalle vittime
L'abitazione della vittima è il luogo indicato più frequentemente, nel 43,7% dei casi. Le altre singole localizzazioni, dalla strada al luogo di lavoro fino agli spazi pubblici, rimangono tutte sotto il 3%. Anche gli autori indicati nelle segnalazioni appartengono spesso alla cerchia più vicina alla vittima. Il coniuge compare nel 21,9% dei casi, l'ex partner nel 13,1%, il partner attuale nel 10,6% e il convivente nel 10,1%.
La violenza coinvolge anche i figli
Il problema può estendersi all'intero nucleo familiare. Nel 2025 il 37,3% delle vittime, pari a 9.686 donne, ha dichiarato di avere figli. In 6.286 casi si trattava di minori. Tra le donne con figli, il 59% ha riferito che i bambini assistono agli episodi di violenza subiti dalla madre. Nel 18,6% dei casi, invece, i minori risultano direttamente coinvolti.
È un elemento che amplia la portata del fenomeno: la violenza può essere vissuta dai figli come spettatori degli episodi oppure coinvolgerli direttamente.
Dalla richiesta di aiuto alla denuncia
Il ricorso al 1522 rappresenta per molte donne un primo contatto con una rete di protezione. Nel 68,4% dei casi la telefonata si conclude con il trasferimento attivo della vittima a un servizio specializzato. Diverso è il passaggio alla denuncia. Il 43,6% delle vittime dichiara di non aver denunciato, mentre l'8,4% ha presentato un esposto e l'1,2% lo ha successivamente ritirato.
Resta inoltre molto alta la quota di chi non fornisce informazioni sulla propria posizione rispetto alla denuncia: il 45,5%. È anche in questo spazio tra la richiesta di aiuto e la denuncia che si colloca l'importanza degli strumenti di sostegno economico. Il Reddito di libertà non sostituisce la rete antiviolenza, ma può contribuire a sostenere un percorso di autonomia abitativa, lavorativa ed economica per le donne che stanno cercando di ricostruire la propria vita.
di Claudia Maria Iannello
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