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Rifiuti, in Sicilia discariche sature. La Lombardia, invece, trae energia da tredici termovalorizzatori

Rifiuti, in Sicilia discariche sature. La Lombardia, invece, trae energia da tredici termovalorizzatori

Rifiuti, in Sicilia discariche sature. La Lombardia, invece, trae energia da tredici termovalorizzatori

di Antonio Leo e Rosario Battiato

Meno di un mese e mezzo è il tempo che secondo la Commissione Ecomafie del Parlamento nazionale resta alla discarica di Motta Sant’Anastasia, in provincia di Catania, prima di saturarsi. Una struttura in cui confluiscono l’80% dei rifiuti raccolti a Palermo (dove vi è un sostanziale blocco dell’impianto, con la settima vasca di Bellolampo ancora in via di completamento) e che, spesso, arrivano in condizioni non conformi alle normative di legge. Meno di 18 mesi e l’Isola potrebbe trovarsi di nuovo di fronte all’ennesima bomba ecologica, ma i più ottimisti continuano a ripetere il mantra della raccolta differenziata come “unica via”.

Una “fede” che, grazie allo sforzo di Regione e amministrazioni comunali virtuose, sta facendo sempre più proseliti anche al di qua dello Stretto, ma che trova difficoltà ad attecchire nelle grandi città: sotto il 30%, in base agli ultimi dati rielaborati dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile e dal Conai, si trovano Palermo, Messina, Siracusa e Catania, che insieme raggruppano un terzo degli abitanti dell’Isola.

Addirittura la Città dell’Elefante - a un tiro di schioppo proprio da quella “pienissima” Valanghe d’inverno che da decenni ammorba i cittadini di Motta e Misterbianco - non arriva nemmeno al 10% (per la precisione 8,19% nel primo semestre 2020, in base agli ultimissimi numeri della Società di regolamentazione etnea).

Numeri di fronte ai quali sembra certa la ripetizione del copione letto migliaia di volte in Sicilia: l’ampliamento delle discariche esistenti o, peggio, la costruzione di nuove, nonostante l’Ue abbia stabilito che entro il 2035 non potranno essere abbancati più del 10% dei rifiuti. Proprio lo scorso mercoledì, Musumeci ha incontrato alcuni sindaci del siracusano (di Lentini, Carlentini e Francofonte), promettendo l’impegno di sospendere “procedimenti autorizzativi, per quei progetti di ampliamento delle discariche presentati da società destinatarie di misure giudiziarie”, e paventando un percorso “di riutilizzo, riciclaggio e recupero energetico”.
Valorizzazione energetica che, però, dopo tre anni a Palazzo d’Orleans neanche l’attuale Governo è riuscito a mettere in pratica. E così resta quell’assurdità, denunciata lo scorso 21 gennaio a “Uno Mattina” persino dal direttore della Dia, il palermitano Giuseppe Governale, per cui “in Lombardia ci sono 13 termovalorizzatori e in Sicilia invece zero”. Una situazione - “che, prima o poi, esploderà” - in cui da un parte c’è una regione che smaltisce in discarica solo il 4% dei rifiuti prodotti e ne valorizza energeticamente il 40%, mentre dall’altra c’è l’Isola costretta a smaltire sotto il suolo, consumandolo e avvelenandolo, quasi il 70% della sua “munnizza” (ultimo dato ufficiale dell’Ispra).

IL CASO SICILIANO: DEFICIT DA 300 MILA TONNELLATE
Tra i rifiuti che produce e quelli che può concretamente smaltire, la Sicilia ha un “deficit” di 300 mila tonnellate. Lo ha rivelato in anteprima esclusiva al QdS “Fise Assoambiente”, associazione che raggruppa tra l’altro le imprese che si occupano di recuperare e smaltire i rifiuti e che nelle prossime settimane pubblicherà un rapporto dedicato alla materia. Si tratta, in gergo tecnico, dei cosiddetti “surplus/deficit regionali nella gestione dei rifiuti, definiti come la differenza tra la capacità totale di smaltimento e avvio a recupero energetico dei rifiuti e la produzione di tali rifiuti”.

A fronte di realtà che hanno un surplus esagerato - la Lombardia ad esempio supera abbondantemente il milione di tonnellate -, la Sicilia è indietro assieme ad altre 11 regioni. A livello italiano, il bilancio complessivo per il 2018 fa registrare un passivo di circa 2,2 milioni di tonnellate, che risulta essere il frutto di una produzione di 29,7 milioni di tonnellate e una capacità gestionale di 27,5 milioni di tonnellate. Un dato che risulta in aumento, rispetto ai 2,1 milioni di tonnellate quale deficit nazionale del 2017.
La Sicilia continua a utilizzare quasi esclusivamente la discarica, ricorrendo a periodici ampliamenti delle volumetrie autorizzate - ha spiegato al QdS il presidente di Fise Assoambiente, Chicco Testa -. Gli impianti presenti in Regione sono pochi e decisamente insufficienti. Le conseguenze? Costi di gestione alle stelle, inefficienze e inquinamento determinato dal continuo trasporto dei rifiuti. Tutto in barba alla circular economy. I tassi di raccolta differenziata sono finalmente in aumento anche se tra i più bassi della Penisola, ma per evitare che anche le frazioni raccolte in modo differenziato debbano percorrere centinaia di chilometri prima di trovare il giusto trattamento è necessario che l’isola si doti di un sistema impiantistico adeguato, in primis con impianti di compostaggio per il trattamento della frazione organica”.

E ORA IL TAR BLOCCA LO “SBLOCCA ITALIA”
Sono passati sei anni dal decreto legge 133/2014 (il cosiddetto “Sblocca Italia”, poi convertito nella legge 164/2014) e dallo schema di decreto attuativo del governo sull’articolo 35, il famigerato capitolo dedicato agli inceneritori che era stato voluto, all’epoca, dal governo Renzi. Per la Sicilia si prevedono due termovalorizzatori che, a fronte di una raccolta differenziata al 65% (attualmente in media siamo al 40%, dati della Regione alla mano), avrebbero trattato 685.099 tonnellate all’anno di spazzatura. Una norma che è rimasta lettera morta fino a quando, circa un anno fa, i tecnici del Ministero dell’Ambiente la riportarono d’attualità, “bocciando” il Piano del Governo regionale perché non li prevedeva (dunque violando, di fatto, la legge). Una circostanza che mandò su tutte le furie il ministro Sergio Costa, costretto a smentire il suo stesso staff. Più volte poi è intervenuto, addirittura con una lettera dai toni perentori inviata a Musumeci, per scongiurare la realizzazione degli impianti nell’Isola.

Ora, come in una delle tante e infinite telenovele di questo Paese, arriva una nuova puntata che vede vittorioso il fronte del “No”: il Tar del Lazio lo scorso mercoledì ha emesso la sentenza di accoglimento del ricorso presentato da diverse realtà del mondo ambientalista, tra le quali il Movimento Legge Rifiuti Zero per l’economia circolare, contro il Dpcm del 10 agosto 2016 riguardante il piano inceneritori. “La sentenza ha accolto uno dei rilievi che abbiamo posto all’attenzione del tribunale – commenta l’avvocato Giovanni Pappalardo, legale dell’associazione –. Nello specifico è stata riconosciuta la necessità che il piano venisse sottoposto a valutazione ambientale strategica (Vas) prima di essere esitato. Per il governo nazionale, invece, sarebbe bastato effettuarla nella fase di progettazione di ogni singolo impianto”.

Inoltre, spiega Davide Fidone, componente del comitato scientifico di Rifiuti zero, “per quanto la sentenza dica che la realizzazione degli inceneritori non contraddica la gerarchia dei rifiuti, secondo cui lo smaltimento dovrebbe essere l’ultima scelta da compiere, è altrettanto vero che il piano del governo faceva riferimento a dati anacronistici. Cifre che non tenevano conto dei percorsi virtuosi intrapresi in più parti dell’Italia, compresa la nostra regione”.

Ora bisognerà capire quali saranno i prossimi passi sia del Ministero dell’Ambiente (ma visto le precedenti uscite del ministro, appaiono scontati), sia della Sicilia con l’Ars che deve ancora approvare il Piano regionale (quello che come si diceva sopra è stato “bocciato” per via della mancata previsione dei termovalorizzatori). Non è detta, comunque, l’ultima parola essendo la sentenza appellabile al Consiglio di Stato.

OCCORRE INVESTIRE: SERVONO 10 MILIARDI
Termovalorizzatori o no, per Fise Assoambiente il punto è chiaro: “la gestione dei rifiuti nel nostro Paese nell’ultimo anno e mezzo ha visto un aumento della produzione, una riduzione degli impianti, una crescita dell’export e della movimentazione fuori Regione”. La sfida dell’economia circolare passa soprattutto dai rifiuti e per coglierla pienamente (obiettivi: 65% di riciclo e 10% in discarica al 2035) occorrerà “aumentare sensibilmente la raccolta differenziata fino all’80% e la capacità di riciclo, limitando il tasso di conferimento in discarica e innalzando al 25% la percentuale di valorizzazione energetica dei rifiuti al fine di chiudere il ciclo”.

Serve una strategia nazionale, dal momento che non sempre quelle regionali sembrano all’altezza, per puntare anche alle “opportunità irripetibili che nei prossimi mesi arrivano dai nuovi fondi europei e dal Programma Nazionale per la Gestione dei Rifiuti”. Per i tecnici di Fise Assoambiente “servono investimenti in impianti di riciclo, recupero e smaltimento per 10 miliardi di euro”.

I numeri dell’Ispra: al Nord 26 impianti, 8 al Centro e 6 al Sud. Nessuno in Sicilia

Basta dare uno sguardo ai numeri generali della gestione del rifiuto in Italia per avere un’idea delle enormi differenze tra una regione e l’altra. Tutti gli impianti presenti sul territorio nazionale, secondo l’ultimo report Ispra sui Rifiuti urbani del 2019 (con dati al 2018), recuperano energia: 26 impianti hanno trattato 3,9 milioni di tonnellate di rifiuti e recuperano 2,8 milioni di MWh di energia elettrica, altri 12 impianti, invece, sono dotati di cicli cogenerativi ed hanno incenerito oltre 2,4 milioni di tonnellate di rifiuti con un recupero di 2 milioni di MWh di energia termica e di 1,6 milioni MWh di energia elettrica.

Dati che vanno in crescita: nel periodo 2008-2018, si osserva che “il quantitativo di energia elettrica prodotta aumenta da 3 milioni di MWh a 4,4 milioni di Mwh” e che “l’energia termica, prodotta esclusivamente da impianti ubicati al Nord, raddoppia passando da 937 mila MWh nel 2008 a 2 milioni di MWh nel 2018”.

LA MAPPA DEI TERMOVALORIZZATORI
Considerando soltanto il Nord, si registrano ben 26 impianti, più della metà del totale nazionale (38), mentre sono 8 nel Centro e 6 al Sud. La Regione che ne ospita il numero maggiore è la Lombardia (13), seguita dall’Emilia-Romagna (8) e dalla Toscana (5). La macroarea settentrionale ha trattato complessivamente, nel corso del 2018, poco meno di 4 milioni di tonnellate di rifiuti, più del 70% del totale a livello nazionale.

DATI IN CRESCITA
L’Ispra ha sottolineato come il valore pro capite di “incenerimento dei rifiuti urbani presenta un aumento da 87,1 kg/abitante dell’anno 2017 a 92,3 kg/abitante del 2018, facendo registrare un incremento del 6%”. Allargando il raggio d’azione, e quindi esaminando i dati relativi all’ultimo quinquennio, si “osserva un incremento del pro capite di incenerimento pari al 3,9%”.

La regione che avvia ad incenerimento la maggiore quantità rifiuti rispetto alla produzione è il Molise (73%), un dato che, in questo caso specifico, è da attribuirsi, prevalentemente, alle “quote di rifiuti dal trattamento dei rifiuti urbani di provenienza extraregionale”. A seguire ci sono la Lombardia (40%) e l’Emilia Romagna (34%) dove pure incidono le quote importate dalle altre regioni mentre valori percentuali superiori al 20% si rilevano per Campania (28%), Piemonte (24%) e Trentino Alto Adige (24%).

LE MIGLIORI GESTIONI SENZA DISCARICA
Non è un caso che una gestione efficiente comprenda tutte le fasi, incluso il recupero energetico che riduce lo smaltimento in discarica, il vero spauracchio per tutti i sistemi. In questo senso l’Ispra, a fronte di uno smaltimento in discarica che in Sicilia, ancora nel 2018 (l’ultimo dato disponibile), rappresentava il 69% del totale dei rifiuti, registra in “Lombardia lo smaltimento in discarica ridotto al 4% dei rifiuti prodotti, in Friuli Venezia Giulia al 7%, in Trentino Alto Adige al 9% ed in Veneto al 14%”. In queste regioni “consistenti quote di rifiuti vengono trattate in impianti di incenerimento con recupero di energia”.

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