Disuguaglianze profonde nell'accesso al lavoro, nella qualità dell'occupazione e nelle prospettive di autonomia economica. È quanto emerge dal report realizzato dalla Cgil di Messina, presentato ieri mattina e destinato a diventare il fulcro di una serie di iniziative sul territorio nei prossimi giorni.
A tracciare il filo conduttore del documento è il segretario generale Pietro Patti: l'urgenza, spiega, è quella di rendere visibile una condizione troppo spesso ignorata, quella delle donne nel mercato del lavoro e nel tessuto sociale della provincia, ancora costrette a fare i conti con sistematiche condizioni di svantaggio. Un tema che si intreccia con quello dell'autonomia economica, leva indispensabile per chi vive relazioni difficili — e i numeri della Questura sugli interventi per maltrattamenti in famiglia dicono quanto il problema sia diffuso nel Messinese. Lo studio è stato curato da Stefania Radici, segretaria confederale per il Mercato del lavoro, welfare e contrattazione, e si fonda sui dati Istat e Inps: non si limita a fotografare le disparità, ma avanza anche proposte concrete per invertire la rotta.
Gender pay gap e precarietà: i numeri del lavoro femminile a Messina
I dati parlano chiaro. In provincia di Messina il tasso di occupazione femminile si ferma al 35,4%, contro il 58,3% registrato tra gli uomini. A pesare sono la diffusione di contratti precari e il ricorso massiccio al part-time involontario, con un gender pay gap che nel settore privato raggiunge il 27% e nel pubblico il 19%. La maternità e il lavoro di cura — ancora quasi interamente sulle spalle delle donne — continuano a frenare le carriere e ridurre le opportunità professionali.
Il dato occupazionale peggiora ulteriormente nelle fasce giovanili, tra i 15 e i 24 anni, dove il tasso è in calo. Radici non usa mezze misure: uno spreco enorme che blocca qualsiasi prospettiva di sviluppo territoriale. Nel 2024, solo il 6% delle assunzioni a tempo indeterminato ha riguardato donne; sette su dieci sono state assunte con contratti part-time. La differenza retributiva media rispetto agli uomini è di 22 euro al giorno nel privato e 27 nel pubblico — un divario legato ai settori di impiego (commercio, turismo, pulizie, cura alla persona), alle tipologie contrattuali e all'inquadramento. E che, a parità di ruolo, si allarga ulteriormente per le donne con figli piccoli o familiari non autosufficienti.
Pensioni femminili più basse del 41,6%: il divario non si ferma all'età lavorativa
Le disuguaglianze non si esauriscono con la vita lavorativa. Il report evidenzia come il gap retributivo si ripercuota direttamente sulle pensioni femminili: nel lavoro dipendente privato, gli assegni delle donne sono inferiori del 41,6% rispetto a quelli degli uomini — 576 euro in meno ogni mese. Nel settore pubblico il divario scende al 26%, ma rimane comunque di 685 euro mensili in meno.
Le proposte della Cgil: dai tavoli permanenti ai servizi per l'infanzia
Il report non si chiude con la denuncia, ma con un pacchetto di proposte strutturali. La Cgil chiede l'istituzione di tavoli permanenti sul lavoro femminile, l'introduzione di quote di genere negli appalti pubblici, il potenziamento dei servizi per l'infanzia e la non autosufficienza, spazi dedicati all'imprenditorialità femminile e politiche di urbanistica partecipata in ottica di genere. Alle imprese si chiede di adottare modelli organizzativi più inclusivi, garantire trasparenza sui dati retributivi e investire su welfare, salute e sicurezza.
Il documento si inserisce in un percorso più ampio di mobilitazione avviato dal sindacato sul territorio. La segretaria confederale per le Politiche di genere, Marcella Magistro, ricorda gli impegni in campo: dal diritto al salario pieno per le lavoratrici in gravidanza a rischio, al progetto "Città a misura delle donne" lanciato nell'ottobre 2024. Martedì prossimo, alle 10, la Cgil terrà anche un presidio davanti al Policlinico di Messina per sensibilizzare sul tema della sanità di genere.
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