Fuga cervelli in Sicilia: il 45% dei dottori di ricerca lascia il Sud dopo il titolo

Fuga cervelli in Sicilia: il 45% dei dottori di ricerca lascia il Sud dopo il titolo

Fuga cervelli in Sicilia: il 45% dei dottori di ricerca lascia il Sud dopo il titolo

L'Italia forma dottori di ricerca con livelli di qualificazione molto elevati, ma il sistema è segnato da un divario territoriale profondo e crescente. I dati dell'indagine ISTAT 2025 sull'inserimento professionale dei dottori di ricerca fotografano un fenomeno preoccupante: il Mezzogiorno — e la Sicilia in modo particolare — continua a formare ricercatori altamente qualificati, ma fatica sempre di più a trattenerli.

Sicilia: i dottori di ricerca calano dal 6,47% al 3,75% dopo il titolo

Il caso siciliano è uno dei più significativi. La Sicilia pesa per il 6,47% del totale dei dottori di ricerca italiani per provenienza, una quota coerente con il suo peso demografico nel Paese. Ma questa percentuale si riduce progressivamente negli anni successivi al conseguimento del titolo: scende al 4,1% nelle prime rilevazioni e arriva al 3,75% nelle fasi più avanzate dell'inserimento professionale.

Quella progressiva erosione è uno degli indicatori più chiari di un territorio che non riesce a trattenere il proprio capitale umano qualificato. Una parte consistente dei ricercatori formati nell'Isola sceglie — spesso per necessità — di proseguire la propria carriera altrove.

Il 45% dei dottori del Mezzogiorno lascia la propria regione

Il fenomeno si inserisce in una dinamica più ampia. Nel 2025 meno di un quinto dei dottori di ricerca vive nelle regioni meridionali: la quota si ferma al 19,8%, contro il 41,4% che risiede al Nord e il 27,7% al Centro. Già durante il percorso accademico molti giovani del Sud si spostano: nel 2021 quasi il 47,3% dei dottorati è stato conseguito in atenei settentrionali, mentre negli atenei del Mezzogiorno la quota si ferma poco sopra il 22%.

Dopo il dottorato, la mobilità si intensifica. Circa il 39,7% dei dottori di ricerca italiani vive in una regione diversa da quella di origine o all'estero. Ma tra chi proviene dal Mezzogiorno la percentuale sale al 45,5%, ben oltre il 30,9% del Nord e il 27,5% del Centro. Di questi, il 39,1% si trasferisce al Nord, il 34,8% al Centro e il 20,4% va direttamente all'estero. Solo il 5,7% si sposta verso un'altra regione del Sud: il Mezzogiorno perde talenti senza redistribuirli al proprio interno.

Occupazione alta ma contratti precari: il quadro nazionale

A livello nazionale i tassi di occupazione dei dottori di ricerca restano elevatissimi: a quattro o sei anni dal titolo lavora il 96,1% dei dottori, contro una media nazionale del 62% per la fascia 15-64 anni. Il dottorato si conferma uno dei percorsi formativi con le migliori prospettive occupazionali.

Emergono però criticità sulla qualità del lavoro: il 34,4% dei dottori occupati lavora con contratti a tempo determinato e meno della metà — il 49,3% — trova impiego direttamente in università o enti di ricerca. Gli altri si distribuiscono tra pubblica amministrazione, scuola e settore privato.

Il gap salariale con l'estero: metà di chi lavora fuori guadagna oltre 3.500 euro

Un fattore chiave nella scelta di emigrare è la retribuzione. Circa il 10,4% dei dottori italiani lavora all'estero — con Germania, Stati Uniti, Francia e Svizzera come principali destinazioni. Tra questi, quasi la metà percepisce oltre 3.500 euro netti al mese. In Italia, invece, solo il 7,4% dei dottori raggiunge livelli retributivi analoghi. Un divario che pesa nelle scelte di chi ha investito anni nella ricerca e cerca un ritorno adeguato.

Sicilia e Mezzogiorno: servono investimenti in ricerca per invertire la rotta

Per la Sicilia il problema non è la capacità di formare ricercatori — il 6,47% di provenienza iniziale lo dimostra — ma quella di offrire opportunità adeguate per trattenerli. Le regioni settentrionali concentrano la maggior parte delle imprese innovative, dei poli tecnologici e dei centri di ricerca integrati con il sistema industriale, creando un mercato del lavoro più competitivo e attrattivo.

Senza investimenti strutturali in ricerca e sviluppo, rafforzamento degli atenei, crescita dei poli tecnologici e maggiore integrazione tra università e imprese, il rischio è che il divario continui ad allargarsi: la Sicilia continuerà a formare talenti per il resto del Paese e per il mondo, senza poterne beneficiare.

 

Di Michele Giuliano

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