La laurea continua a rappresentare uno strumento di mobilità sociale, ma i benefici non sono uguali per tutti. È quanto emerge dall’ultimo Rapporto AlmaLaurea sugli esiti occupazionali, realizzato su un campione di oltre 700 mila laureati provenienti da 81 atenei italiani. L’indagine fotografa un mercato del lavoro in miglioramento, ma evidenzia anche profonde differenze territoriali, economiche e sociali.
Occupazione dei laureati in crescita nel 2025
I dati mostrano un quadro positivo per chi consegue una laurea triennale. Nel 2025, infatti, l’81,2% dei laureati di primo livello risulta occupato a un anno dal conseguimento del titolo, con un incremento di 2,6 punti percentuali rispetto all’anno precedente. A cinque anni dalla laurea il tasso di occupazione supera il 90%, mentre la disoccupazione scende al 9,2%. Va però precisato che il concetto di occupazione utilizzato nel rapporto comprende qualsiasi attività retribuita, inclusi percorsi formativi e rapporti di lavoro temporanei o precari.
Milano e Palermo, il divario geografico resta evidente
Dietro i dati nazionali si nascondono profonde differenze territoriali. Il confronto tra Milano e Palermo offre una fotografia chiara della situazione. Tra i laureati triennali intervistati negli atenei milanesi, il tasso di occupazione a un anno dalla laurea raggiunge il 54,4%, mentre tra quelli palermitani si ferma al 33,9%.
Differenze che si riflettono anche sugli stipendi:
- Milano: 1.275 euro netti mensili
- Palermo: 1.154 euro netti mensili
Allargando l’analisi, i laureati residenti nel Nord Italia presentano una probabilità di occupazione superiore del 34,8% rispetto ai coetanei del Mezzogiorno. Se si considera la sede universitaria frequentata, il divario sale al 55,9%.
Donne e Sud Italia: il doppio svantaggio nel mercato del lavoro
Tra i fattori che incidono maggiormente sulle opportunità occupazionali emerge anche la questione di genere. Secondo AlmaLaurea, gli uomini registrano una probabilità di occupazione superiore del 13,7% rispetto alle donne, oltre a una retribuzione media più alta di circa 67 euro netti al mese. Il gap tende ad ampliarsi in presenza di figli, confermando come il peso delle responsabilità familiari continui a gravare prevalentemente sulle donne. Un dato particolarmente significativo se si considera che le donne rappresentano il 59,6% dei laureati italiani e, mediamente, ottengono risultati accademici migliori rispetto agli uomini.
Stipendi in calo e competenze poco valorizzate
Nonostante il miglioramento occupazionale, il tema delle retribuzioni continua a rappresentare una criticità. Nel 2025 la retribuzione media netta a un anno dalla laurea si è attestata a 1.491 euro al mese, in calo dell’1,4% rispetto all’anno precedente.
A pesare è anche il fenomeno del disallineamento tra formazione universitaria e lavoro svolto. Quasi quattro laureati triennali su dieci, pari al 39,4%, dichiarano di svolgere un’attività per la quale il titolo universitario non è formalmente richiesto o di utilizzare solo in parte le competenze acquisite durante gli studi.
I figli di laureati partono avvantaggiati
L’indagine evidenzia inoltre come il contesto familiare continui a influenzare in modo significativo l’ingresso nel mercato del lavoro. I figli di genitori laureati risultano meno esposti al fenomeno del sottoinquadramento professionale e incontrano generalmente minori difficoltà nell’accesso alle opportunità lavorative. La quota di laureati con almeno un genitore laureato è salita al 34,7%, rispetto al 28,5% registrato nel 2015, raggiungendo il 46,3% nei corsi magistrali a ciclo unico. Un dato che conferma come l’accesso all’istruzione universitaria resti ancora fortemente condizionato dalle condizioni economiche e culturali di partenza.
Cresce la selettività dei giovani laureati
Uno degli aspetti più interessanti emersi dal rapporto riguarda il cambiamento delle aspettative professionali dei giovani. Negli ultimi dieci anni è aumentata la quota di laureati che rifiuterebbe un lavoro non coerente con il proprio percorso di studi. Tra il 2016 e il 2025 la disponibilità ad accettare occupazioni non in linea con la formazione ricevuta è passata dall’87,2% al 76,4%. Anche sul piano salariale le richieste sono più elevate. Oggi il 66,9% dei laureandi dichiara di non essere disposto ad accettare una retribuzione inferiore a 1.500 euro netti mensili per un impiego a tempo pieno. Una tendenza legata sia a una maggiore consapevolezza del valore della formazione sia all’aumento del costo della vita e alla perdita di potere d’acquisto registrata negli ultimi anni.
Università siciliane: migliorano i risultati occupazionali
Anche gli atenei siciliani registrano segnali positivi sul fronte dell’inserimento lavorativo.
Tra i laureati triennali che non proseguono gli studi, il tasso di occupazione a un anno dal titolo raggiunge:
- 73% all’Università di Palermo
- 76% all’Università di Messina
- 75,3% all’Università di Catania
Valori inferiori alla media nazionale ma comunque in crescita rispetto agli anni precedenti. Particolarmente elevato è invece il giudizio sull’utilità del percorso universitario. La percentuale di laureati che considera il titolo “efficace o molto efficace” raggiunge il 69% a Palermo e il 77,2% a Messina, superando nettamente la media italiana del 60,4%.
Laurea e lavoro: migliora l’occupazione ma restano i divari
Il rapporto AlmaLaurea conferma che la laurea continua a rappresentare un importante strumento di accesso al mercato del lavoro e di crescita professionale. Tuttavia, il miglioramento dell’occupazione non basta a colmare le differenze che continuano a caratterizzare il sistema italiano. Divari territoriali, disparità di genere, differenze salariali e condizioni familiari di partenza restano elementi determinanti nel percorso professionale dei giovani laureati. Una sfida che coinvolge università, istituzioni e mondo produttivo, chiamati a costruire un mercato del lavoro più inclusivo e capace di valorizzare realmente il capitale umano formato dagli atenei italiani.
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