Spopolamento in Sicilia, 213 Comuni sotto i 5.000 abitanti: il piano per salvare i borghi

Spopolamento in Sicilia, 213 Comuni sotto i 5.000 abitanti: il piano per salvare i borghi

Spopolamento in Sicilia, 213 Comuni sotto i 5.000 abitanti: il piano per salvare i borghi

La sopravvivenza dei piccoli Comuni siciliani dipende sempre più dalla possibilità di garantire servizi, lavoro e condizioni di vita adeguate a chi sceglie di restare. Quando chiudono una scuola, un presidio sanitario o un’attività commerciale, il rischio è che altre famiglie decidano di trasferirsi altrove. È così che lo spopolamento diventa un problema economico e sociale, oltre che demografico.

In Sicilia la questione riguarda una parte consistente del territorio: 213 Comuni su 391 hanno meno di 5.000 abitanti. Una condizione che rende urgente una strategia capace di contrastare la perdita di residenti e di restituire prospettive alle aree interne, montane e collinari. Il tema non riguarda soltanto il futuro dei borghi, ma anche la tutela del territorio e la possibilità di garantire gli stessi diritti a tutti i cittadini.

Spopolamento in Sicilia: 213 Comuni sotto i 5.000 abitanti

In Italia i Comuni con meno di 5.000 abitanti sono 5.522, pari a circa il 69,93% del totale. Nell’Isola, invece, sono 213 su 391. Dietro questi numeri si nasconde una difficoltà strutturale che coinvolge la tenuta economica e sociale delle comunità più piccole.

Secondo gli approfondimenti del Censimento Istat e le analisi sulla Strategia nazionale per le Aree interne (Snai), i piccoli centri siciliani, soprattutto quelli montani e più distanti dai principali servizi, devono fare i conti con il calo della popolazione. Nelle località più piccole, la diminuzione viene indicata intorno allo 0,8% annuo ed è alimentata dall’invecchiamento e dalla riduzione delle nascite.

Il problema, quindi, non si limita alla perdita di abitanti. Meno residenti significa anche meno attività economiche, minori entrate per gli enti locali e maggiori difficoltà nel mantenere i servizi essenziali.

Trasporti, sanità e istruzione: i servizi che mancano nei piccoli Comuni

Alla crisi demografica si somma la carenza di infrastrutture e servizi. La mobilità rappresenta uno degli ostacoli principali per chi vive nelle aree interne: secondo i dati citati, l’utilizzo del trasporto pubblico locale in Sicilia si ferma al 7,1%, contro una media nazionale dell’11,8%. Inoltre, oltre il 42% della rete ferroviaria regionale risulta privo di elettrificazione. A queste criticità si aggiungono le difficoltà della viabilità secondaria e la distanza da strutture sanitarie e scolastiche. Per molti residenti, raggiungere un ospedale, una scuola o un ufficio pubblico può richiedere spostamenti lunghi e costosi.

Senza servizi accessibili, diventa più difficile scegliere di vivere nei piccoli centri. Le famiglie cercano opportunità altrove, mentre gli anziani e le persone che non possono spostarsi autonomamente rischiano di rimanere ancora più isolati.

Spopolamento e dissesto idrogeologico: i rischi per il territorio siciliano

Lo spopolamento ha conseguenze anche sulla sicurezza del territorio. L’abbandono delle attività agricole, della pastorizia e della manutenzione dei boschi riduce la presenza quotidiana di persone che contribuiscono alla cura del paesaggio e alla prevenzione dei rischi.

Il fenomeno dello spopolamento dei borghi siciliani è quindi legato anche alla gestione del dissesto idrogeologico. Quando i terreni non vengono più coltivati e le aree boschive non sono sottoposte a manutenzione, possono aumentare le vulnerabilità del territorio.

Frane, alluvioni e incendi comportano costi economici e sociali elevati. Investire nella permanenza delle comunità locali e nella manutenzione del territorio può contribuire a rafforzare la prevenzione, evitando che le risorse pubbliche siano assorbite soprattutto dagli interventi successivi alle emergenze.

Agenda Controesodo Anci: il piano per rilanciare i piccoli Comuni

Per affrontare il problema, l’Anci, l’Associazione nazionale dei Comuni italiani, ha elaborato la proposta strategica denominata Agenda Controesodo. L’obiettivo è superare una logica limitata all’assistenza e trasformare le aree interne in luoghi in cui sia possibile investire, lavorare e costruire un futuro.

Il progetto si basa su tre parole chiave: restare, tornare e accogliere. Non si tratta soltanto di evitare nuove partenze, ma anche di creare le condizioni per consentire a chi è emigrato di rientrare e a nuovi residenti di scegliere questi territori. «Abbiamo deciso di affrontare la problematica – spiega al QdS Daniele Formiconi, responsabile Anci Area Piccoli Comuni Montagna/Aree Interne – definendolo come la necessità di un controesodo, che forse rende più l’idea. Rappresenta una scelta operativa. Non solo il restare ma l’avere la possibilità di tornare».

Formiconi richiama anche gli effetti prodotti da decenni di trasformazioni economiche e sociali. «Se analizziamo i dati degli ultimi quarant’anni ci accorgiamo di comuni che hanno avuto uno spopolamento pauroso, drammatico. Sappiamo anche che ci sono dei casi che non saranno recuperabili. Al tempo c’erano delle condizioni di vita, di lavoro, che oggi in alcuni luoghi non ci sono più e magari quei posti erano nati proprio perché c’erano quelle condizioni di vita».

La strategia nazionale, dunque, deve essere adattata alle caratteristiche dei singoli territori. Le esigenze di un Comune montano non coincidono necessariamente con quelle di un centro vicino a una grande città. Per questo è importante individuare interventi concreti sulla base delle necessità locali.

«L’Agenda Controesodo – racconta al QdS Alessandro Santoni, coordinatore nazionale Anci Piccoli Comuni – è una cornice istituzionale che prevede una quindicina di obiettivi strategici che, ovviamente, hanno un respiro nazionale. E, a questo punto, intervengono le Anci regionali. Nel caso della Sicilia, sono stati individuati tre pilastri fondamentali per il funzionamento degli enti locali: risorse, personale ma anche soprattutto nell’individuazione delle politiche dell’abitare come il vero grande motore di rigenerazione».

Fondi, assunzioni e incentivi fiscali per far rinascere i borghi siciliani

Uno dei primi nodi da affrontare riguarda la capacità amministrativa dei Comuni. Anni di tagli hanno ridotto il personale disponibile e reso più difficile progettare interventi, gestire le procedure e accedere alle risorse pubbliche, comprese quelle del Pnrr in Sicilia.

Tra le proposte figurano deroghe strutturali alle assunzioni e la creazione di strutture sovracomunali, capaci di mettere a disposizione personale qualificato e competenze tecniche condivise. In questo modo anche gli enti più piccoli potrebbero rafforzare la progettazione e utilizzare meglio i finanziamenti disponibili.

Un secondo fronte riguarda la fiscalità. Per attirare imprese e sostenere quelle già presenti, si propone un sistema di agevolazioni stabile, con misure come la detassazione delle attività produttive, l’azzeramento iniziale dell’Irap e gli sgravi contributivi. L’obiettivo è compensare, almeno in parte, gli svantaggi legati alla distanza dai principali mercati e alle carenze infrastrutturali.

Resta centrale anche la questione dei servizi pubblici. La chiusura di scuole, presidi sanitari e uffici postali rende più difficile la vita quotidiana e indebolisce ulteriormente l’attrattività dei borghi. Per contrastare lo spopolamento non bastano i finanziamenti: servono servizi funzionanti, opportunità di lavoro e politiche abitative capaci di riportare persone nei centri in difficoltà.

La sfida richiede quindi interventi coordinati e duraturi, che coinvolgano istituzioni nazionali, Regione ed enti locali. Senza una politica economica, sociale e fiscale pensata anche per le aree più periferiche, il rischio è che il declino demografico continui e che intere porzioni di territorio perdano progressivamente abitanti e attività.

Rilanciare i piccoli Comuni significa difendere le comunità, tutelare il paesaggio e garantire diritti di cittadinanza anche a chi vive lontano dai grandi centri. L’Agenda Controesodo indica una possibile direzione; la differenza, però, dipenderà dalla capacità di trasformare gli obiettivi in risorse, servizi e risultati concreti.

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