Centri antiviolenza Sicilia: il divario Sud-Nord e la sfida dei fondi

Centri antiviolenza Sicilia: il divario Sud-Nord e la sfida dei fondi

Centri antiviolenza Sicilia: il divario Sud-Nord e la sfida dei fondi

Una donna italiana su tre ha subito violenza nel corso della propria vita. Lo rileva l'Istat, che stima in quasi 6 milioni e mezzo le potenziali vittime nel nostro Paese. Un numero che pesa ancora di più se messo a confronto con la rete di supporto disponibile, tutt'altro che uniforme sul territorio nazionale.

Nel 2024 i centri antiviolenza attivi in Italia erano 409, quasi il doppio rispetto al 2017. Una crescita significativa, ma distribuita in modo squilibrato: il Nord ne ospita 152, il Sud 125, il Centro 86. Nelle isole si scende a 46, di cui 34 in Sicilia. E il divario non riguarda solo i numeri: sulla base dei dati forniti dai 364 centri che hanno partecipato alla rilevazione Istat, ogni struttura del Nord ha assistito in media 240 donne, contro le 72 del Sud.

"Più apriamo, più donne chiedono aiuto": il caso Thamaia a Catania

A spiegare le ragioni di questo scarto è Anna Agosta, presidente di Thamaia, centro antiviolenza catanese tra i più strutturati della Sicilia. La risposta, dice, è diretta: «Più dai spazio di accoglienza e ascolto alle donne, più arrivano i casi». Il dato inferiore al Sud non riflette una minore incidenza della violenza, ma la scarsità di strutture e risorse. Alcune regioni come Lombardia, Lazio e Sardegna integrano i finanziamenti nazionali con fondi regionali specifici. La Sicilia, invece, non prevede alcun finanziamento aggiuntivo.

Thamaia riesce ad aprire 25 ore settimanali — più del minimo standard di 16 — e i numeri lo confermano: nel 2024 hanno contattato il centro circa 280 nuove donne, per un totale di 369 seguite nell'arco dell'anno. «Il telefono squilla continuamente anche negli orari in cui la linea non è aperta», sottolinea Agosta.

Reti territoriali e formazione: come funziona un centro antiviolenza efficace

Un centro antiviolenza non lavora da solo. La sua efficacia dipende in larga misura dalle reti interistituzionali che coordina: tribunali, procure, forze dell'ordine, aziende ospedaliere, università. In Sicilia circa l'89,5% dei Cav aderisce a una rete territoriale antiviolenza, in linea con la media nazionale. Thamaia ha formalizzato questo approccio già nel 2008, con un protocollo sottoscritto dalle principali istituzioni del territorio.

Centrale è anche il tema della formazione. Le operatrici dei centri seguono percorsi altamente specializzati — un corso da sessanta ore più un lungo periodo di affiancamento — perché ogni contatto con una donna in difficoltà, a partire dalla prima telefonata, richiede competenze precise. «Non vogliamo che alla donna rispondano operatori e operatrici sensibili, ma formati», chiarisce Agosta. In Sicilia quasi l'80% dei Cav organizza formazione interna, ma solo il 52,6% la estende verso l'esterno, un dato su cui c'è ancora margine di miglioramento.

Fondi insufficienti: perché un centro su tre in Sicilia dipende dai privati

La sostenibilità economica resta il nodo più critico. Quasi la metà dei centri antiviolenza siciliani opera in spazi in affitto, e un centro su tre sopravvive grazie a un mix di fondi pubblici e privati. I finanziamenti nazionali, distribuiti dalla Regione in parti uguali tra i centri senza tenere conto dei numeri delle donne accolte né delle specificità territoriali, non bastano. E la mancanza di informazioni tempestive sui fondi disponibili rende impossibile una programmazione efficace.

Per Thamaia la risposta è stata costruire un ufficio di progettazione interno, in grado di intercettare risorse private e bandi indipendenti. Risorse che non servono solo a tenere aperto il centro, ma a sostenere concretamente il percorso di autonomia delle donne accolte: borse lavoro, contributi per l'affitto, corsi per la patente, acquisto di strumenti informatici. Tutto ciò che, nella pratica, significa ripartire.

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