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In Sicilia in 10 anni sono spariti 6.000 negozi

In Sicilia in 10 anni sono spariti 6.000 negozi

In Sicilia in 10 anni sono spariti 6.000 negozi

“La desertificazione commerciale nelle principali città siciliane è proseguita in maniera inarrestabile”, afferma senza mezzi termini al QdS, Gianluca Manenti, presidente di Confcommercio Sicilia. Il trend delle chiusure delle attività commerciali nell’Isola varia da territorio a territorio e si diversifica anche in base ai diversi quartieri di una stessa città.

In Sicilia in 10 anni sono spariti 6.000 negozi

In dieci anni sono state abbandonate dagli imprenditori oltre 4200 attività. A tenere duro è solamente il settore del turismo, dove le attività pare siano riuscite ad affrontare le intemperie della crisi o addirittura a moltiplicarsi di numero. In Sicilia tra il 2012 ed il 2023, nel complessivo, quindi in tutti i comuni, sono spariti poco più di 6.000 negozi al dettaglio e 1.250 attività di commercio ambulante. In crescita le imprese che si occupano di alloggio e ristorazione oltre ai bar (+1.300).

La Sicilia ha visto ridurre nello stesso periodo, nel settore del commercio, negli alberghi e nei pubblici esercizi, le imprese con titolari siciliani (-6,5%), vedendo aumentare quelle con titolari o società riconducibili ad altre regioni d’Italia o a realtà straniere (+ 24%).

Confcommercio Sicilia: "La desertificazione commerciale non si ferma"

“La fotografia dell’esistente mette in luce quello che andiamo dicendo da tempo – continua Manenti - e cioè che la desertificazione commerciale non si ferma, anzi è inasprita, tra l’altro, da fenomeni come la commercializzazione dei prodotti online, che non va demonizzata ma utilizzata al meglio affinché diventi un valore aggiunto anche per i negozi di prossimità, e gli effetti dell’emergenza sanitaria da cui ancora stentiamo a riprenderci. Anche in Sicilia, ci confrontiamo con quanto sta accadendo nel resto d’Italia e cioè il problema della chiusura di esercizi commerciali che va a determinare la riduzione dei livelli di servizio. Una voce resa peggiore dalla perdita del commercio ambulante”.

L’aspetto della desertificazione commerciale è preoccupante negli undici comuni siciliani oggetto di analisi (Agrigento, Caltanissetta, Catania, Enna, Gela, Marsala, Messina, Palermo, Ragusa, Siracusa, Trapani), infatti negli ultimi dieci anni, sono sparite 4.275 unità locali di commercio al dettaglio e ambulanti e la densità commerciale nell’Isola è passata da 11,8 negozi per mille abitanti a 9,6.

La Sicilia, nel complesso, è quella che perde meno commercio

La Sicilia, però, nel complesso, assieme a Sardegna e Puglia, è quella che perde meno commercio e guadagna più turismo rispetto ad altre regioni. A testimoniarlo il fatto che, sempre negli undici comuni oggetto di analisi, l’incremento riguardante alberghi, bar e ristoranti è pari a 948 unità.

In totale nel commercio al dettaglio, che vedeva circa 21.350 unità nel 2012, c’è stato un calo di -4275 attività, infatti si contano 17.075 unità nel 2023. Per quanto riguarda, invece, alberghi, bar, ristoranti c’è stato un incremento di +948 unità, infatti si è passati da 6.732 nel 2012 a 7.680 nel 2023.

Crescita di attività nel settore turistico

“Gli spiragli arrivano dalle attività che esaltano l’accoglienza e che assegnano al turismo un ruolo preponderante rispetto a quanto accadeva sino a vent’anni fa – ha continuato il presidente -. Un ruolo che deve essere valorizzato all’ennesima potenza, se possibile, con il concerto di tutte le forze, pubbliche e private, che possono svolgere un ruolo lungo tale direzione. Perché è vero quello che dice il nostro presidente nazionale Carlo Sangalli e cioè che il commercio, nonostante tutto, rimane vitale e reattivo e continua a mantenere il proprio valore sociale”.

“Gli aspetti su cui dobbiamo puntare per cercare di contrastare la desertificazione commerciale – ha concluso Gianluca Manenti - e di rispondere alle sfide del futuro sono, in primis, la riqualificazione urbana che ci consenta di mantenere i servizi, per poi proseguire con la vivibilità, la sicurezza e l’attrattività delle nostre città, quei fattori, insomma, verso cui tutti auspichiamo”. (B.T.)

Marco Romano, ordinario di Economia e gestione delle imprese all’Università di Catania

“Centri storici da programmare come fossero centri commerciali”

“Il centro storico non può rimanere abbandonato al proprio destino, va programmato come se fosse un centro commerciale pianificato” – a dirlo Marco Romano, Professore ordinario di Economia e Gestione delle Imprese, presso il Dipartimento di Economia e Impresa dell’Università di Catania, intervistato per il Quotidiano di Sicilia.

Il tempo in cui l’acquisto di un bene o un servizio seguiva un iter piuttosto standard, nello specifico si entrava in un negozio con una, più o meno vaga, idea di ciò che si voleva acquistare per poi affidarsi ai consigli di commessi o impiegati esperti, è ormai passato? Sicuramente, oggi, il consumatore è alla ricerca di un’esperienza d’acquisto positiva, che lo coinvolga e che sia piacevole e, perché no, personalizzata. Per attuare ciò, gioca un ruolo fondamentale “l’experiential marketing” (marketing esperienziale) che offre l’opportunità di incuriosire e coinvolgere il consumatore in modo diretto, facendo appello alla sua esperienza sensoriale e alla sfera emotiva attraverso spettacoli, giochi ed eventi.

“Le abitudini di acquisto dei consumatori sono sicuramente cambiate – ha sottolineato Romano -. Oggi si delinea sempre di più l’immagine di un consumatore multicanale, che predilige un’esperienza cross-mediale. Il canale fisico, in particolare nella forma tradizionale (negozi di vicinato, negozi dei centri commerciali naturali), risente di una dinamica sfavorevole rispetto ai canali fisici moderni, che sono trainati da centri commerciali che utilizzano delle politiche di marketing capaci di attrarre grandi flussi di clienti in luoghi molto accoglienti, con un ampio assortimento, e con delle politiche di intrattenimento che generano loisir per l’utente, offrendogli sia occasioni di shopping che momenti aggregativi capaci di convincerlo a restare all’interno dello spazio commerciale per più tempo. Inoltre, spesso, queste realtà sono in grado di offrire prezzi estremamente concorrenziali, che pongono automaticamente fuori mercato le botteghe a conduzione familiare. Tutto ciò, ovviamente, si trasforma in un trade-off negativo per il dettaglio tradizionale che spesso non utilizza delle politiche di marketing moderne. Ecco perché oggi, più che mai, è necessario fare un salto di qualità, specializzarsi, distinguersi dagli altri, puntando, prima di tutto, sulle eccellenze”.

“Le vie del commercio naturali devono essere oggetto di attenzione da parte degli amministratori – ha precisato il docente -, che dovrebbero sviluppare dei progetti di promozione stabili, per caratterizzare positivamente la cosiddetta shopping journey (l’esperienza d’acquisto). Partire intanto dalla facile identificazione delle categorie merceologiche offerte, per proseguire con l’accessibilità di queste zone in condizioni di sicurezza e di intrattenimento. Tutto ciò gestito per trovare delle regole che tutelino sia i luoghi fisici, ma soprattutto la tradizione del commercio, incentivando le botteghe storiche che non vanno considerate dei negozi qualsiasi, ma testimoni di una società che cambia e memoria di tempi ormai andati. Tuttavia, quanti negozi storici sono stati chiusi per mancanza di un passaggio generazionale. Negozi che, per fare un esempio, sarebbero potuti passare alla gestione di cooperative di giovani imprenditori. Il commercio storico non è stato tutelato, né incentivato”.

“Purtroppo, alcuni centri storici non hanno più delle attività che servono a soddisfare i bisogni primari della quotidianità – ha concluso Marco Romano -. In molti centri storici vivono, perlopiù, cittadini sempre più anziani e queste zone non offrono un servizio di prossimità. È importante custodire il patrimonio architettonico ma vanno, altrettanto, promosse delle politiche di rilancio del ruolo del centro storico implementando i servizi e l’accessibilità. Sarebbe importante favorire la nascita di nuove attività commerciali di nicchia, riorganizzare la mobilità potenziando il sistema dei parcheggi e intervenire sulla sicurezza”. (B.T.)

Fabio Massimo Lo Verde, professore di Sociologia all’Università di Palermo

“È cambiata la domanda di città, tutto è in funzione del turista”

Sulla chiusura dei negozi di prossimità, oltre 6 mila in Italia negli ultimi dieci anni secondo Confcommercio, ha inciso per ultimo la “turistizzazione”. Saracinesche abbassate per le piccole attività, ma nelle città restano le attività legate al segmento turistico e l’indotto. Non solo questo, in realtà, ha influito sulle chiusure massicce, quanto anche la tendenza a comprare al centro commerciale. Un unico posto dove si trova tutto.

“Negli ultimi 20 anni la tendenza all’aggregazione dell'offerta nei grandi centri commerciali ha influito sul risultato odierno. La domanda di accesso al bene o al servizio è cambiata” ha spiegato il sociologo dell’Università di Palermo Fabio Lo Verde.

I piccoli negozi nei centri storici non scompaiono del tutto, restano solo i necessari. Soprattutto sopravvivono quelli che hanno una “specializzazione” nel loro settore e una lunga storia all’interno della porzione di città in cui sono stati fondati. “Sono scomparsi i negozi che forniscono beni meno necessari - ha dichiarato il docente - mentre restano i distributori di beni e servizi di prima necessità. Non possiamo nascondere il peso che ha avuto sulle chiusure la possibilità di comprare online”.

L’Università di Palermo ha condotto insieme alla Confcommercio uno studio recente sulle attività commerciali in centro storico. “Analizzando il territorio attraverso Google Maps abbiamo censito 650 attività comprese da Piazza Croci e alla zona della Stazione. Abbiamo scoperto così che le attività commerciali sono aggregabili su tre tipi: accoglienza, ristorazione, bar. Restano anche gli esercizi che hanno una tradizione locale. I risultati hanno rilevato anche quanto Palermo risenta della chiusura dei negozi di prossimità. Non è esclusa”.

Il professore Lo Verde ha evidenziato il cambiamento che riguarda la domanda di città. “I centri storici sono votati all'ospitalità. È cambiata la domanda di città, che sfrutta ora la turistizzazione. Tutto è in funzione del turista. Un ultimo aspetto che ho osservato è l'effetto della brandizzazione. Negli ultimi 40 anni sono cresciute formule di organizzazione dell'offerta legate al brand. La forza dei grandi marchi incide sulla resistenza delle piccole attività. Quando compriamo un bene, la prima cosa a cui pensiamo non è dove è stato fatto, ma di che marca è”. C’è una soluzione per non disperdere il patrimonio dei negozi di prossimità nei centri delle città. “Potrebbero nascere micro aggregazioni, ma non si sa quali potrebbero essere gli effetti sulla offerta locale. Il punto è riuscire a creare formule associative tra chi vende tradizionalmente, che consenta la nascita di una economia di scala in una logica consortile". (C.B.)

Maurizio Attinelli, coordinatore Conferenza Ordine Commercialisti Sicilia

“Mantenere vivi i centri storici è diventata una necessità sociale”

“Mantenere vivo il centro storico e consentire alle Pmi di continuare le attività economiche è diventata una necessità sociale” – così ha esordito Maurizio Attinelli, coordinatore della Conferenza degli Ordini dei Commercialisti di Sicilia, presidente Odcec Ragusa, e Giudice Tributario, intervistato per il Quotidiano di Sicilia. L’indagine di Confcommercio sul crollo delle attività al dettaglio nei centri storici è uno dei temi più dibattuto negli ultimi giorni. I dati evidenziano la necessità di un ripensamento strutturale del modello di gestione e sviluppo locale al fine di valorizzare il ruolo strategico che le città possono e devono giocare nella definizione dei nuovi bisogni sociali, nel rilancio economico dei sistemi produttivi locali e nella ripartenza complessiva del commercio di prossimità.

Dall'analisi emerge che la riduzione di attività commerciali è più accentuata nei centri storici rispetto alle periferie, sia per il Centro-Nord che per il Mezzogiorno. Il commercio al dettaglio in sede fisica si riduce del 20%, quindi 1 impresa su 5, in 11 anni, è scomparsa riducendo il livello di servizio commerciale alla cittadinanza. “Effettivamente, da circa dieci anni, stiamo assistendo ad un graduale svuotamento dei nostri centri storici – ha sottolineato Attinelli -. Senza il presidio delle Pmi, stiamo assistendo all’abbandono dei residenti e il proliferare di affitti brevi. In alcuni comuni vi sono stati episodi inquietanti di violenza generati dalla malamovida. Si può dire che mantenere vivo il centro storico e consentire alle Pmi di continuare le attività economiche è diventata una necessità sociale e non più una questione di carattere solo economico”.

Un tema fondamentale è quello di fermare la marginalizzazione e il deterioramento delle aree che rischiano di diventare dei veri e propri “ghetti” ma, a livello tributario, quali sono i possibili provvedimenti da prendere per rilanciare il commercio di prossimità?

“Per evitare gli effetti più gravi di questo fenomeno si potrebbero attribuire degli incentivi alle PMI – ha aggiunto il presidente - sia per gli affitti troppo pesanti sia per ridurre il carico fiscale relativo alla fiscalità locale (imu, tari, etc). Penso, in sintesi, a una cedolare fissa molto bassa limitata a queste attività, riduzione dell’Irpef sulla parte derivante da affitti commerciali di piccole attività nei centri storici, crediti d’imposta sugli affitti delle piccole attività commerciali ed artigianali che aprono o già svolgono la loro attività nei centri storici, azzeramento Tari e riduzione Imu, per questa tipologia di locali”.

Il mondo del commercio al dettaglio si è trasformato da decenni, prima con la perdita di centralità del tradizionale sistema dei negozi di vicinato a favore della grande distribuzione organizzata, e successivamente con la nascita e sviluppo delle piattaforme di e-commerce, che hanno contribuito al cambiamento delle abitudini di consumo dei cittadini. Ma quanto incide la crescita dell’e-commerce nella riduzione del numero di negozi fisici?

“Questo è un tema di carattere nazionale, se non mondiale, che sta cambiando le nostre abitudini – ha evidenziato Attinelli -. I giovani, soprattutto, preferiscono sempre più acquistare online e sempre meno recarsi in negozio. Nella nostra amata Isola sempre più negozi ‘tradizionali’ chiudono. Questo dato si è fatto sempre più pesante dopo la grave crisi sul settore causata dalla pandemia da Covid-19. La crescita costante delle vendite online, lo sviluppo della distribuzione moderna e lo spostamento del consumo alimentare dall’ambiente domestico a fuori casa hanno inciso profondamente sulla contrazione dell’intero comparto. L’acquisto su internet è infatti passato negli ultimi anni da vendite per 16,6 miliardi di euro nel 2015 a 48,1 miliardi nel 2022”.

Ultimo coefficiente, non meno incisivo, è quello della crisi energetica, che ha messo duramente alla prova il tessuto commerciale italiano. Confcommercio, però, afferma che una grossa fetta della riduzione è dovuta alla stagnazione dei consumi di tipo strutturale che affligge l’Italia da lunga data. Le cause, perciò, sono molteplici e si collocano molto indietro nel tempo, in quello che è l’assetto organico del settore commerciale. (B.T.)

Biagio Tinghino e Chiara Borzì

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