Donne nella ricerca scientifica, l’89% delle scienziate italiane denuncia ostacoli di genere

Donne nella ricerca scientifica, l’89% delle scienziate italiane denuncia ostacoli di genere

Donne nella ricerca scientifica, l’89% delle scienziate italiane denuncia ostacoli di genere

Le donne possono raggiungere i massimi livelli della ricerca scientifica, ottenere un elevato numero di citazioni e affermarsi a livello internazionale, ma questo non significa che siano riuscite a superare tutte le barriere nel percorso professionale. È quanto emerge da uno studio pubblicato sull’“European Journal of Cancer Prevention” e realizzato dal Club delle Top Italian Women Scientists (Tiws), con il sostegno di Fondazione Onda Ets.

Tra le scienziate italiane più citate in campo biomedico, l’89% dichiara di aver incontrato almeno un ostacolo legato al genere durante la propria carriera. Il 91% ha sperimentato difficoltà nel conciliare responsabilità professionali e vita privata, mentre appena il 17% si dice soddisfatto dell’attuale livello di parità e inclusività nella ricerca medica.

Donne nella ricerca scientifica, gli ostacoli alla carriera

Il dato, secondo Adriana Albini, co-presidente del Club Top Italian Women Scientists di Fondazione Onda, scientific advisor della direzione scientifica dell’Istituto europeo di oncologia (Ieo) di Milano e autrice dello studio insieme a Sonia Levi, co-presidente del Club Tiws e preside della Facoltà di Medicina e chirurgia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, assume un particolare significato proprio perché riguarda donne che hanno già raggiunto risultati importanti. “Il dato più significativo è che a raccontare questi ostacoli non sono donne rimaste ai margini della ricerca, ma scienziate che hanno raggiunto risultati importanti. Significa che il problema non riguarda le capacità, la preparazione o la determinazione delle donne, ma il contesto nel quale devono costruire la propria carriera”, spiega Albini. Il successo individuale, sottolinea, non può diventare un alibi per non intervenire sulle barriere strutturali, culturali e organizzative che continuano a condizionare il percorso delle ricercatrici.

I numeri confermano il quadro. Il 57% delle intervistate indica maggiori difficoltà nell’accesso a posizioni di leadership, mentre il 52% segnala ostacoli nella progressione di carriera. Il 39% riferisce inoltre di aver incontrato stereotipi o pregiudizi nei confronti delle donne nella ricerca biomedica.

Ricerca biomedica e conciliazione tra lavoro e vita privata

A incidere sulla carriera non sono soltanto le possibilità di avanzamento. Anche l’organizzazione del lavoro rappresenta un elemento critico. Il 56% delle ricercatrici afferma di avere difficoltà a disconnettersi completamente dagli impegni professionali e la stessa percentuale lamenta la mancanza di tempo da dedicare a se stessa. La situazione diventa ancora più complessa per le donne con figli. Nove ricercatrici su dieci hanno incontrato difficoltà da moderate a severe nel conciliare la cura dei bambini con la carriera. Il 72% delle intervistate ha inoltre prestato assistenza ad altri familiari.

L'effetto combinato delle pressioni professionali, delle responsabilità di cura e delle limitate opportunità di crescita ha portato il 37% delle scienziate a valutare la possibilità di lasciare la ricerca biomedica o cambiare organizzazione. Una scelta che, alla fine, non è stata portata avanti, ma che evidenzia comunque la presenza di un disagio significativo.

Le ricercatrici hanno indicato anche gli interventi considerati prioritari. Il 65% chiede maggiori strumenti per conciliare vita privata e lavoro, il 59% una migliore valorizzazione del contributo delle scienziate attraverso riconoscimenti e opportunità di visibilità e il 56% una maggiore flessibilità lavorativa. Il 54% ritiene necessarie politiche concrete per favorire avanzamenti di carriera e promozioni. Particolarmente significativo è il dato sulla leadership: il 74% considera estremamente importante aumentare la presenza femminile nei ruoli decisionali.

Le proposte per una ricerca più inclusiva

Secondo Francesca Merzagora, presidente di Fondazione Onda, i risultati dell’indagine dimostrano la necessità di un cambiamento che coinvolga l’intero sistema. La piena valorizzazione del talento femminile, spiega, passa da criteri di selezione e promozione trasparenti, modelli organizzativi sostenibili, sostegno alla genitorialità e al caregiving, attività di mentoring e una maggiore presenza delle donne nei luoghi in cui vengono assunte le decisioni. Una ricerca più inclusiva, sottolinea Merzagora, non rappresenta soltanto una questione di equità, ma può contribuire a integrare prospettive differenti, favorire l’innovazione e rispondere in maniera più efficace ai bisogni di salute.

Lo studio sulle scienziate italiane più citate

L’indagine ha coinvolto una selezione di ricercatrici senior in campo biomedico con un H-index, o indice di Hirsch, pari o superiore a 60. Si tratta di un indicatore utilizzato per misurare la produttività scientifica e l’impatto delle pubblicazioni di un autore sulla base del numero di lavori pubblicati e delle citazioni ricevute.

Delle cento scienziate invitate a partecipare, 82 hanno risposto al questionario. Le partecipanti hanno alle spalle, in media, 32 anni di carriera e lavorano prevalentemente nelle università e negli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (Irccs) italiani. I loro ambiti di ricerca comprendono, tra gli altri, biologia, immunologia, genetica, oncologia, farmacologia, neuroscienze ed epidemiologia.

Secondo gli autori dello studio, tra cui Giovanni Corso, presidente della European Cancer Prevention Organization, e le Tiws Eva Negri, Delia Goletti e Sara Gandin, oltre alla ricercatrice di Onda Elisabetta Veresi, investire nella valorizzazione del talento femminile non è soltanto una questione di equità. Rappresenta anche un'opportunità per migliorare la qualità della ricerca e dell'innovazione.

Lo studio porta così sul piano delle evidenze scientifiche il percorso avviato dal Club Tiws con il Manifesto per la ricerca biomedica delle donne, che individua dieci azioni per superare i bias di genere, contrastare stereotipi e discriminazioni, sostenere la leadership femminile e le giovani ricercatrici e favorire un equilibrio più sostenibile tra vita professionale e personale.

Nato nel 2016, il Club Tiws di Fondazione Onda Ets riunisce oggi oltre cento scienziate italiane attive nel campo biomedico con un H-index pari o superiore a 60. La rete punta non soltanto a dare visibilità all’eccellenza femminile, ma anche a promuovere un modello di ricerca più equo e inclusivo, capace di valorizzare competenze e professionalità senza che il genere rappresenti ancora un ostacolo alla carriera.

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