Le imprese in Sicilia continuano a sostenere un carico fiscale nettamente superiore rispetto ai grandi colossi del digitale. Mentre le aziende dell'Isola, come gran parte del tessuto produttivo italiano, versano allo Stato una quota significativa dei propri utili, le principali multinazionali del web riescono ancora a beneficiare di un'imposizione molto più contenuta grazie ai meccanismi della fiscalità internazionale.
A evidenziarlo è l'ultimo studio dell'Ufficio studi della Cgia di Mestre, che torna a porre l'attenzione sulla disparità di trattamento tra piccole e medie imprese e Big Tech.
Tasse imprese in Sicilia, il tax rate supera il 30%
I numeri fotografano una situazione particolarmente significativa per l'economia siciliana. Le imprese dell'Isola registrano una base imponibile di 9,816 miliardi di euro e versano quasi 3 miliardi di euro di imposte dirette, con un tax rate del 30,3%. Di contro, le prime 25 multinazionali mondiali del settore digitale si fermano a un'aliquota media del 14,8%.
Il divario è evidente: le aziende siciliane sostengono un'incidenza fiscale superiore di 15,5 punti percentuali, pagando in rapporto agli utili oltre il doppio rispetto ai giganti del web. Una differenza che pesa soprattutto in una regione caratterizzata da un tessuto economico composto prevalentemente da piccole e medie imprese, artigiani, commercianti e professionisti, realtà che versano integralmente le imposte nel territorio in cui operano.
Il ruolo dei paradisi fiscali
Secondo la Cgia, la principale ragione di questo squilibrio risiede nella possibilità, per le multinazionali, di trasferire gli utili verso Paesi con una fiscalità particolarmente vantaggiosa, come Irlanda, Paesi Bassi e Lussemburgo.
Attraverso strumenti di pianificazione fiscale internazionale, perfettamente legali sotto il profilo normativo, le grandi piattaforme digitali riescono a ridurre sensibilmente il carico tributario nei Paesi dove realizzano gran parte del proprio fatturato, Italia compresa.
Il confronto tra imprese italiane e Big Tech
Il divario emerge con ancora maggiore evidenza osservando il quadro nazionale. Le prime 25 aziende mondiali del web hanno prodotto 503 miliardi di euro di utili ante imposte, versando complessivamente 74,3 miliardi di euro, pari a un tax rate del 14,8%. Le imprese italiane, invece, hanno registrato 322 miliardi di utili, pagando oltre 102 miliardi di euro di imposte, con un'aliquota media del 31,9%, più che doppia rispetto a quella delle Big Tech.
La Sicilia tra le regioni meno tassate, ma il divario resta elevato
Pur collocandosi leggermente sotto la media nazionale, la Sicilia continua a registrare un'imposizione molto distante da quella delle multinazionali digitali. Solo la Provincia autonoma di Trento presenta un tax rate inferiore, pari al 29,9%. Al contrario, Lazio, Friuli Venezia Giulia e Liguria figurano tra i territori con la pressione fiscale più elevata sulle imprese. Anche Campania, Marche, Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto superano il 31%, confermando che il fenomeno interessa l'intero sistema produttivo italiano.
Global Minimum Tax e Digital Service Tax, il confronto internazionale
Lo studio richiama anche gli sviluppi sul piano internazionale. Dopo il G7 del 2025, gli Stati Uniti hanno ottenuto un'esenzione che ha riaperto il confronto sulla Global Minimum Tax, il progetto nato per limitare lo spostamento artificiale dei profitti verso i paradisi fiscali. Parallelamente, l'Unione Europea continua a valutare una Digital Service Tax comune, misura che incontra però la contrarietà dell'amministrazione statunitense. L'Italia applica già un'imposta sui servizi digitali che garantisce allo Stato un gettito di circa 455 milioni di euro l'anno.
Anche le grandi aziende italiane trasferiscono la sede all'estero
La Cgia sottolinea inoltre come il fenomeno non riguardi soltanto le multinazionali straniere. Negli ultimi anni anche diversi grandi gruppi italiani hanno scelto di trasferire la sede legale o fiscale all'estero, soprattutto nei Paesi Bassi, riducendo così la base imponibile nazionale. Una possibilità che resta, però, preclusa alla quasi totalità delle piccole e medie imprese, costrette a competere sostenendo integralmente il peso della fiscalità italiana.
Per la Sicilia il tema assume un valore ancora più rilevante. Le migliaia di aziende che costituiscono l'ossatura dell'economia regionale continuano infatti a confrontarsi con un sistema fiscale che, secondo lo studio della Cgia, risulta molto più oneroso rispetto a quello sostenuto dai grandi operatori digitali, alimentando il dibattito sulla necessità di regole fiscali internazionali più uniformi e di una concorrenza realmente equa.
1 Commenti
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