Pensioni, si lavora più a lungo: in Sicilia cresce il rischio di assegni più bassi

Pensioni, si lavora più a lungo: in Sicilia cresce il rischio di assegni più bassi

Pensioni, si lavora più a lungo: in Sicilia cresce il rischio di assegni più bassi

Per andare in pensione serviranno sempre più anni di lavoro. E per molti siciliani il problema non sarà soltanto quando lasciare il lavoro, ma anche con quale assegno. L’aumento dell’età pensionabile si intreccia infatti con salari bassi, carriere discontinue e una popolazione che invecchia rapidamente.

Il quadro arriva dal nuovo rapporto della Ragioneria generale dello Stato, che aggiorna le previsioni sull’evoluzione del sistema pensionistico e socio-sanitario. Le stime tengono conto dell’andamento demografico e dell’aumento della speranza di vita.

Pensioni, ecco come cambia l’età pensionabile

Dal 2027 l’età per la pensione di vecchiaia salirà a 67 anni e un mese. Nel 2028 si arriverà a 67 anni e tre mesi. Per il 2029 la previsione della Ragioneria è di 67 anni e sei mesi, mentre nel 2031 il requisito dovrebbe raggiungere 67 anni e otto mesi. Si tratta, per gli anni successivi al 2028, di proiezioni legate all’adeguamento alla speranza di vita e non di requisiti già definitivamente fissati.

Anche la pensione anticipata subirà un progressivo aumento dei requisiti contributivi. Nel 2027 serviranno 42 anni e 11 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 11 mesi per le donne. Nel 2028 si passerà rispettivamente a 43 anni e un mese e 42 anni e un mese. Le proiezioni indicano poi 43 anni e quattro mesi nel 2029 e 43 anni e sei mesi nel 2031, con un anno in meno per le donne.

Il meccanismo è legato soprattutto all’aumento della speranza di vita. La legge prevede infatti che i requisiti pensionistici vengano adeguati all’evoluzione demografica. Per alcune categorie di lavoratori impegnati in attività gravose o particolarmente pesanti sono però previste esenzioni dagli aumenti del biennio 2027-2028.

Balistreri: “Stipendi fermi e pensioni sempre più povere”

Il tema assume un peso ancora maggiore in Sicilia, dove il mercato del lavoro continua a essere caratterizzato da salari contenuti e percorsi professionali spesso discontinui. A sottolinearlo al QdS.it è Concetta Balistreri, segretaria generale del sindacato pensionati Cgil in Sicilia. “La cosa più grave è che l’età pensionabile continuerà ad aumentare – afferma – creando sicuramente un ulteriore divario tra popolazione attiva e quella pensionabile e rendendo più difficile la possibilità di andare in pensione”.

Uno dei nodi principali riguarda proprio le retribuzioni. Secondo Balistreri, negli ultimi vent’anni gli stipendi sono cresciuti poco e comunque non abbastanza da recuperare la perdita di potere d’acquisto provocata dall’inflazione. “Negli ultimi 20 anni le retribuzioni non sono cresciute. Solo negli ultimi anni si è registrato un leggero aumento, che però non è servito a recuperare il gap dell’inflazione. Le retribuzioni si sono fermate al 7%”.

Il problema rischia di diventare ancora più evidente nei prossimi anni, quando arriveranno alla pensione lavoratori che hanno trascorso gran parte della propria vita professionale in condizioni di precarietà. “Nel 2027 cominceranno ad andare in pensione quei lavoratori che hanno fatto sempre parte storicamente del precariato siciliano, come LSU o ex articolo 23, che sono stati stabilizzati ma con stipendi ridotti. Le pensioni saranno quindi ancora più povere”.

Pensioni in Sicilia, il nodo sono salari e carriere discontinue

Per Balistreri, intervenire soltanto sull’età pensionabile non basta. Occorre agire prima, sul mercato del lavoro e sulla qualità delle retribuzioni. “Bisogna lavorare sugli investimenti, sulle retribuzioni e sulla forza lavoro. Concretamente si rende necessario migliorare la flessibilità anagrafica sull’andare in pensione e le retribuzioni”. A pesare sugli assegni futuri sono anche part-time, bassi salari e forme contrattuali discontinue. “Le retribuzioni sono penalizzate da tante cose: part-time, retribuzioni basse, forme contrattuali che si utilizzano come i CoCo, cioè lavoratori che dovrebbero essere autonomi ma in realtà sono trattati come veri e propri dipendenti”.

Un altro elemento decisivo è la continuità contributiva. Per chi alterna periodi di lavoro, disoccupazione e contratti brevi, infatti, costruire una pensione adeguata diventa molto più difficile. “Noi come Cgil abbiamo chiesto una pensione di garanzia per i giovani, cioè un limite sotto il quale non si può scendere nel calcolo della pensione, in modo da coprire i periodi di vuoto lavorativo”.

Il tema riguarda anche i lavoratori stagionali e quelli a tempo determinato, ma in particolare le donne, che più frequentemente interrompono la carriera per occuparsi dei figli o dei familiari anziani. “Non abbiamo politiche sociali adeguate al bisogno e la Sicilia è una delle regioni che va velocemente verso il 30% della popolazione over 65”.

In Sicilia il rapporto tra pensionati e lavoratori preoccupa

A rendere ancora più delicato il quadro è l’andamento demografico. Il progressivo invecchiamento della popolazione riduce infatti il rapporto tra persone occupate e pensionati. È uno degli elementi che, secondo la Ragioneria, contribuirà alla crescita della spesa pensionistica nei prossimi anni.

Secondo Balistreri, in Sicilia ci sarebbe una differenza di 182 mila lavoratori in meno rispetto ai pensionati. “Essendo il nostro un sistema a ripartizione rischia di essere una situazione davvero insostenibile”. La difficoltà riguarda anche gli over 60 che, per necessità economiche, sono costretti a rientrare nel mercato del lavoro. Per questa fascia, però, le opportunità di reinserimento restano limitate. “Non ci sono politiche attive specifiche dedicate alla possibilità di reimpiego per questa categoria di lavoratori. Occorrerebbe la formazione continua per dare la possibilità a queste persone di riqualificarsi e facilitare il nuovo ingresso nel mondo del lavoro”.

Il problema, secondo la sindacalista, è anche legato ai costi per le imprese. “Tra un giovane da formare e un lavoratore anziano qualificato preferiscono il primo lavoratore da formare perché costa di meno”.

Lavorare fino a 70 anni e il rischio per la sicurezza

L’allungamento della vita lavorativa apre infine un altro fronte: quello della sicurezza sul lavoro. “In questo modo i lavoratori saranno costretti ad andare in pensione a 70 anni e oltre”, sostiene Balistreri.

Il rischio riguarda soprattutto i settori più pesanti, come edilizia e agricoltura. “Se guardiamo i dati sulle vittime di incidenti sul luogo di lavoro possiamo vedere che nella maggior parte dei casi si tratta di persone che hanno superato i 65 e i 67 anni. Ci sono edili o agricoli che per l’esiguità della pensione sono costretti a lavorare: un 67enne o un 70enne corre più rischi rispetto a una persona più giovane”.

La questione pensionistica, quindi, non riguarda soltanto il momento dell’uscita dal lavoro. Riguarda la qualità del lavoro, i salari, la continuità contributiva e la sicurezza. “C’è una distanza, un delta – conclude Balistreri – tra le politiche attive sul lavoro e le vere esigenze del lavoro e la tutela dei lavoratori che preludono a un sistema di piccolo cabotaggio che non consentirà ai lavoratori di oggi di essere dei pensionati sereni domani, con un impoverimento generale”.

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