In Sicilia il lavoro può ancora costare la vita. È questo il dato più difficile da ignorare mentre l’Europa prova a ridurre gli infortuni e l’Italia continua a fare i conti con una lunga emergenza sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Dietro ogni numero ci sono lavoratori che non sono tornati a casa e famiglie che hanno visto cambiare la propria vita in pochi minuti.
Il problema non riguarda soltanto i cantieri. Edilizia, agricoltura, industria e trasporti restano tra i settori nei quali il rischio è più alto, soprattutto quando all’età avanzata dei lavoratori si sommano mansioni pesanti, precarietà e condizioni di lavoro difficili.
I dati Eurostat relativi al 2024 restituiscono la fotografia di un fenomeno che attraversa tutta l’Unione europea. Ma per la Sicilia il confronto con gli altri territori deve diventare soprattutto un’occasione per interrogarsi sulle condizioni di chi lavora ogni giorno nell’Isola.
Morti sul lavoro in Sicilia, un’emergenza che continua
La Sicilia arriva a questo nuovo quadro europeo con una situazione già segnata da infortuni mortali e difficoltà strutturali del mercato del lavoro. Il problema è ancora più delicato se si considera la composizione della forza lavoro siciliana. Una parte consistente degli occupati è impiegata in settori nei quali l’attività fisica è importante e i rischi non sono trascurabili. A questo si aggiunge l’invecchiamento della popolazione e la necessità, per molti lavoratori, di prolungare la permanenza nel mercato del lavoro. È un intreccio che può diventare pericoloso. Più si lavora a lungo, più diventa importante garantire condizioni di sicurezza adeguate all’età e alle mansioni svolte.
Il tema è particolarmente evidente per gli over 60 che continuano a lavorare perché una pensione insufficiente non consente loro di lasciare l’occupazione. Un problema già evidenziato anche dal sindacato, soprattutto nei comparti dell’edilizia e dell’agricoltura.
Infortuni sul lavoro, quasi 3.400 morti nell’Ue
Nel 2024 gli infortuni mortali sul lavoro nell’Unione europea sono stati quasi 3.400. Secondo Eurostat, rispetto al 2023 gli incidenti non mortali sono diminuiti di 43.742 casi, pari all’1,5%, mentre quelli con esito mortale sono aumentati di 45 casi, pari all’1,4%. Numeri che raccontano una contraddizione: gli incidenti complessivamente diminuiscono, ma le morti sul lavoro aumentano.
Nel complesso dell’Ue il tasso è stato di 1,65 infortuni mortali ogni 100 mila occupati. La differenza tra i vari Paesi è però molto ampia. Il dato più elevato è stato registrato in Francia, con 3,61 morti ogni 100 mila occupati. Seguono Bulgaria, Romania, Croazia, Lettonia, Austria, Portogallo, Estonia e Lituania. L’Italia, con 2,01 infortuni mortali ogni 100 mila occupati, si colloca al decimo posto tra i 27 Paesi dell’Unione.
Sicilia, sicurezza sul lavoro e settori più a rischio
Il confronto europeo diventa ancora più significativo quando si guarda alla struttura produttiva siciliana. L’edilizia continua a rappresentare uno dei comparti più delicati. Lo stesso vale per l’agricoltura, dove il lavoro viene spesso svolto in condizioni difficili e con un’elevata presenza di lavoratori anziani. A incidere non sono soltanto le attrezzature o le condizioni dei luoghi di lavoro. Entrano in gioco anche la formazione, i controlli, l’organizzazione dei turni e la qualità dei contratti.
Per questo la sicurezza non può essere considerata soltanto un obbligo burocratico. La prevenzione deve diventare parte integrante dell’organizzazione del lavoro. E proprio la Sicilia deve affrontare anche un altro problema: la presenza di una quota importante di lavoratori fragili dal punto di vista economico. Quando perdere il posto significa non riuscire più a sostenere le spese quotidiane, il rischio è che la necessità di lavorare prevalga anche sulla possibilità di fermarsi davanti a condizioni non sicure.
Italia, Germania e Paesi Bassi: il confronto sulla sicurezza
Il dato italiano appare ancora più significativo se confrontato con quello di alcune delle principali economie europee. In Germania il tasso di infortuni mortali nel 2024 è stato di 0,64 ogni 100 mila occupati. Nei Paesi Bassi è sceso addirittura a 0,32. La differenza non può essere spiegata da un singolo fattore. Pesano le caratteristiche dei diversi mercati del lavoro, i sistemi di denuncia e riconoscimento degli infortuni, le attività produttive e le modalità con cui vengono raccolti i dati.
Resta però una domanda per l’Italia e per la Sicilia: quanto si può ancora fare per ridurre il numero delle vittime? La risposta passa inevitabilmente dalla prevenzione. Formazione, controlli e investimenti sulla sicurezza devono accompagnare ogni politica sul lavoro.
Gli infortuni non mortali: il peso di lesioni e fratture
Non tutti gli incidenti provocano conseguenze mortali. Il fenomeno degli infortuni non fatali resta comunque molto esteso. Nel 2024 nell’Ue sono stati registrati 1.359 infortuni non mortali ogni 100 mila occupati. I dati cambiano sensibilmente da un Paese all’altro. Francia, Portogallo e Spagna hanno registrato i valori più elevati, mentre Romania e Bulgaria quelli più bassi. Eurostat invita però a interpretare questi numeri con cautela.
Un numero basso di incidenti denunciati, infatti, non significa necessariamente che il luogo di lavoro sia più sicuro. Può dipendere anche dalla sottodenuncia degli infortuni, da sistemi di segnalazione meno efficienti o dalla mancanza di incentivi per il lavoratore a denunciare quanto accaduto.
Per gli incidenti mortali il problema è diverso: una morte sul lavoro è molto più difficile da non registrare. Tra gli infortuni non mortali più frequenti nell’Ue nel 2024 figurano ferite e lesioni superficiali, che rappresentano il 29,3% del totale. Seguono lussazioni, distorsioni e stiramenti, con il 26,3%, e commozioni cerebrali e lesioni interne, con il 20,3%. Le fratture rappresentano invece l’11,6%.
In Sicilia la sicurezza deve tornare al centro
Il confronto con l’Europa non può quindi fermarsi alla classifica dei Paesi. Per la Sicilia rappresenta soprattutto un richiamo alla necessità di investire sulla prevenzione. La sicurezza deve accompagnare il lavoratore durante tutta la sua vita professionale. Ancora di più in una regione dove salari bassi, precarietà e difficoltà nel raggiungere una pensione adeguata possono spingere le persone a lavorare più a lungo.
Il punto è proprio questo: non basta chiedersi quanti anni mancano alla pensione. Bisogna anche chiedersi in quali condizioni un lavoratore arriva a quell’età. Perché dietro ogni statistica sugli infortuni c’è una persona. E dietro ogni morte sul lavoro c’è una famiglia che quella sera aspetta qualcuno che non tornerà più a casa.
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