In Sicilia più di 72 mila lavoratori rischiano di pagare un prezzo alto per il contratto con cui sono assunti. Non soltanto con uno stipendio più basso, ma anche con minori tutele, contributi ridotti e una pensione futura più povera. È il fenomeno dei contratti pirata, gli accordi sottoscritti da organizzazioni sindacali e datoriali considerate poco rappresentative e utilizzati per ridurre il costo del lavoro.
Secondo l’ultimo report dell’Osservatorio regionale dei Ccnl della Cgil Sicilia, sono oltre 72.240 i lavoratori coinvolti nell’Isola. Il fenomeno riguarda l’8,3% della popolazione lavorativa considerata nell’analisi e assume dimensioni particolarmente rilevanti in alcuni comparti.
Il dato siciliano, secondo la Cgil, è superiore alla media nazionale e mette in evidenza un problema che non riguarda soltanto i dipendenti. Il dumping contrattuale può infatti creare concorrenza sleale tra imprese, ridurre il gettito contributivo e incidere anche sui conti pubblici.
Contratti pirata in Sicilia, i settori più colpiti
Il fenomeno non è distribuito in modo uniforme. A registrare l'incidenza maggiore è il settore tessile, dove i lavoratori interessati raggiungono il 20,4%. Segue il comparto del credito e delle assicurazioni, con il 16,6%, mentre nel terziario e nei servizi i lavoratori coinvolti sono oltre 46.300, pari all’11,6%. Sono numeri che raccontano una parte del mercato del lavoro siciliano nella quale il costo del lavoro diventa uno degli strumenti utilizzati per competere.
Il problema è che a pagare il conto possono essere i lavoratori. I contratti pirata prevedono infatti, secondo la Cgil, condizioni economiche e normative generalmente meno favorevoli rispetto ai CCNL sottoscritti dalle organizzazioni maggiormente rappresentative.
Salari più bassi e meno contributi
La differenza può riguardare diversi aspetti del rapporto di lavoro. Dai minimi tabellari alle maggiorazioni per il lavoro straordinario, festivo e notturno, fino ai trattamenti previsti in caso di malattia e alle prestazioni di welfare. Le differenze retributive possono arrivare, secondo il report della Cgil Sicilia, al 15-20% rispetto ai contratti leader del settore, con casi anche più elevati. Per un lavoratore significa avere meno denaro disponibile ogni mese. Nel lungo periodo, però, gli effetti possono essere ancora più pesanti.
La stima indicata dall’Osservatorio parla di un ammanco medio di circa 5 mila euro all’anno per lavoratore. A questo si aggiungono i contributi non versati, quantificati in circa un ulteriore 30%. Il risultato è un doppio danno: stipendio più basso oggi e pensione più bassa domani.
In Sicilia il dumping pesa anche sull’Inps
Le conseguenze non riguardano quindi soltanto il singolo dipendente. Secondo la Cgil Sicilia, il dumping contrattuale determina nell’Isola una mancata contribuzione alle casse dell’Inps di circa 110 milioni di euro.
Il meccanismo è semplice: se la retribuzione imponibile è più bassa, anche i contributi versati sono inferiori. Il problema si trascina così per tutta la carriera del lavoratore e può tradursi in minori tutele previdenziali e assistenziali. In una regione già caratterizzata da salari bassi e carriere discontinue, il fenomeno rischia quindi di aggravare ulteriormente la condizione economica di migliaia di famiglie.
Mannino: “Non è solo un danno per i lavoratori”
Sul fenomeno è intervenuto al QdS.it il segretario generale della Cgil Sicilia, Alfio Mannino. “Quasi un rapporto di lavoro su dieci ha un contratto di lavoro pirata con una perdita salariale consistente – afferma -. Non è solo un danno per lavoratori e lavoratrici, ma anche per quel tessuto imprenditoriale sano che subisce una forte concorrenza sleale”.
Il problema, quindi, non riguarda soltanto chi riceve una busta paga più leggera. Un'impresa che applica correttamente il contratto collettivo può trovarsi a competere con aziende che sostengono un costo del lavoro inferiore proprio grazie a condizioni contrattuali meno favorevoli. Il risultato rischia di essere una gara al ribasso.
Il nodo degli appalti pubblici
Uno degli aspetti più delicati riguarda il rapporto con la pubblica amministrazione. Secondo Mannino, una parte significativa delle attività interessate dal fenomeno viene svolta proprio nell’ambito di appalti pubblici. “Non solo si hanno perdite salariali ma anche previdenziali – sottolinea -. Quello che ci rammarica di più è che di solito la maggior parte di questi lavori viene fatto per le pubbliche amministrazioni, le quali non vigilano in maniera adeguata sulle aziende a cui affidano l’appalto di beni e servizi”.
Il tema è particolarmente attuale perché il quadro degli appalti pubblici attribuisce alle stazioni appaltanti un ruolo preciso nell'individuazione del contratto collettivo applicabile. Il Ministero del Lavoro ricorda che, alla luce delle modifiche al Codice dei contratti pubblici, occorre fare riferimento ai CCNL stipulati dalle associazioni dei datori e dei lavoratori comparativamente più rappresentative.
Per la Cgil, dunque, il problema non può essere affrontato soltanto dopo l'affidamento di un servizio. La tutela dei lavoratori deve partire già dalla gara d’appalto.
Contratti pirata, servono più controlli
Per Mannino la prima risposta deve arrivare proprio dalle amministrazioni pubbliche. “Sulla strategia da adottare, sul piano regionale abbiamo richiesto alle pubbliche amministrazioni che sulle gare di appalti vengano applicati i contratti giusti che competono alle amministrazioni”. Ma non basta. “Dall’altro lato, ci vuole maggior controllo nelle attività ispettive. Quando ci sono salari che non sono proporzionati alle ore di lavoro che si fanno le aziende devono essere sanzionate”. Il rafforzamento dei controlli diventa quindi uno dei passaggi fondamentali per evitare che il costo del lavoro venga abbattuto a danno dei dipendenti. Anche il Ministero del Lavoro prevede strumenti specifici per individuare il CCNL applicabile agli appalti e per supportare le stazioni appaltanti nella scelta del contratto sottoscritto dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative.
Cgil: “Serve rafforzare la contrattazione”
Per il sindacato la soluzione passa anche dal rafforzamento della contrattazione collettiva nazionale e territoriale. L’obiettivo è ridurre lo spazio per gli accordi che offrono condizioni peggiori e garantire ai lavoratori l’applicazione dei contratti sottoscritti dalle organizzazioni maggiormente rappresentative. “Attendiamo che si trovi un accordo interconfederale nel tavolo nazionale – prosegue Mannino – con tutte le associazioni datoriali in cui i contratti da applicare siano quelli delle organizzazioni maggiormente rappresentative”.
Il tema della rappresentatività è centrale anche nel quadro istituzionale. Il Ministero del Lavoro mantiene l’archivio dei contratti collettivi nazionali e, per gli appalti pubblici, supporta le amministrazioni nell’individuazione del contratto di riferimento.
Sicilia, il rischio di una nuova povertà da lavoro
La partita, però, per la Cgil deve essere affrontata soprattutto a livello regionale. “Alla Regione chiederemo nelle prossime settimane di assumere un’iniziativa politica: qui già c’è un problema di bassi salari. Se questo si innesta con la questione del dumping contrattuale si determinerebbe una condizione di povertà, non più accettabile”.
È questo il punto centrale della vicenda siciliana. Il problema dei contratti pirata non si limita alla differenza tra una busta paga e un’altra. Riguarda la qualità dell'occupazione, la concorrenza tra imprese, le entrate contributive e il futuro previdenziale di migliaia di persone.
In una regione dove trovare un lavoro stabile è già difficile, il rischio è che anche il lavoro regolare non basti più a garantire un reddito adeguato e una pensione dignitosa.
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