La povertà assoluta continua a coinvolgere milioni di persone in Italia e resta una delle principali emergenze sociali del Paese. Le ultime stime Istat relative al 2025, pubblicate il 15 ottobre 2026, fotografano una situazione ancora difficile: 5,4 milioni di individui e oltre 2,1 milioni di famiglie non dispongono delle risorse necessarie per acquistare beni e servizi essenziali. Rispetto al 2024, l’incidenza del fenomeno rimane sostanzialmente stabile a livello nazionale.
Dietro il dato nazionale, però, emergono differenze territoriali e sociali profonde. Il Mezzogiorno continua a registrare l’incidenza più alta della povertà assoluta, mentre nelle Isole cresce l’intensità del disagio economico. Minori, famiglie in affitto e nuclei composti esclusivamente da cittadini stranieri sono tra le categorie più esposte. Il confronto con il 2022, anno in cui si insediò il Governo Meloni, aiuta a ricostruire l’evoluzione del fenomeno, ma non basta da solo a misurare gli effetti delle politiche economiche adottate negli ultimi anni.
Povertà in Italia, i dati Istat dopo quattro anni di Governo Meloni
Nel 2025, secondo le stime dell’Istat, la povertà assoluta riguarda 5,4 milioni di persone e oltre 2,1 milioni di famiglie. Nel 2022 gli individui coinvolti erano circa 5,6 milioni, mentre le famiglie erano 2,18 milioni. Il confronto mostra una riduzione contenuta nel numero assoluto delle persone in difficoltà, ma non consente di parlare di un superamento dell’emergenza. A livello nazionale, l’incidenza della povertà assoluta familiare si attesta all’8%, mentre quella individuale raggiunge il 9,3%. Entrambi i valori risultano stabili rispetto al 2024.
La situazione resta più grave nel Mezzogiorno, dove 813 mila famiglie vivono in condizioni di povertà assoluta, pari al 9,6% delle famiglie residenti nell’area. È la percentuale più alta tra le ripartizioni geografiche italiane.
Questi numeri descrivono una difficoltà che non può essere valutata soltanto attraverso il numero complessivo delle persone coinvolte. Per comprendere le dimensioni del problema bisogna osservare anche quanto le risorse economiche delle famiglie siano lontane dalla soglia necessaria a sostenere le spese fondamentali.
Sicilia e Sardegna, l’intensità della povertà resta la più alta
Nelle Isole, il quadro economico presenta segnali particolarmente preoccupanti. Nel 2025 l’intensità della povertà assoluta familiare raggiunge il 19%, in aumento rispetto al 17% registrato nel 2024. Si tratta del valore più elevato tra le ripartizioni territoriali considerate.
Questo indicatore misura quanto la spesa mensile delle famiglie povere sia mediamente inferiore alla soglia di povertà assoluta. Non indica, quindi, soltanto quante famiglie sono in difficoltà, ma anche quanto sia profondo il divario tra le loro disponibilità economiche e il costo dei beni e dei servizi essenziali.
Il dato delle Isole evidenzia una fragilità che coinvolge anche Sicilia e Sardegna, territori in cui il disagio economico si intreccia con le difficoltà del mercato del lavoro, i redditi più bassi e le differenze nell’accesso alle opportunità.
Il confronto con gli anni precedenti richiede attenzione: la riduzione rispetto al 2022 non esclude un nuovo peggioramento nell’ultimo anno osservato. La crescita dell’intensità della povertà segnala che, per le famiglie già in difficoltà, arrivare a fine mese può essere diventato più complicato.
Povertà assoluta in Sicilia, quanto costa vivere nelle aree metropolitane
Per capire concretamente il peso della povertà in Sicilia è utile osservare la soglia di spesa utilizzata dall’Istat. Nel 2025, per un adulto tra i 30 e i 59 anni che vive in un centro urbano di un’area metropolitana siciliana, la soglia mensile indicata è pari a 773,25 euro. Nel 2022, per lo stesso profilo e nello stesso contesto territoriale, il valore era di 762,02 euro al mese.
La soglia di povertà assoluta viene calcolata considerando il costo di un paniere di beni e servizi essenziali, con valori che cambiano in base alla composizione della famiglia, all’età dei suoi componenti e al territorio di residenza. Non si tratta, quindi, di una cifra uguale per tutti, ma di un parametro che permette di individuare le situazioni in cui la spesa familiare non è sufficiente a garantire condizioni di vita considerate essenziali.
La differenza rispetto al 2022 mostra l’aumento della soglia nel periodo considerato, ma non equivale automaticamente a una misura della perdita di potere d’acquisto delle famiglie. Per valutare quest’ultima occorre considerare anche l’andamento dei redditi, dei prezzi e delle spese effettivamente sostenute.
Minori in povertà assoluta, il Mezzogiorno resta in difficoltà
Tra le categorie più esposte alla povertà assoluta ci sono bambini e adolescenti. Nel 2025, in Italia, oltre 1 milione e 136 mila minori vivono in condizioni di povertà assoluta, pari al 12,5% dei residenti con meno di 18 anni. Il dato raggiunge il 15,2% nel Mezzogiorno, confermando una forte disparità territoriale. Rispetto al 2022, quando l’incidenza nell’area era stimata al 15,9%, si registra una diminuzione, ma il livello resta elevato. Particolare attenzione merita la situazione delle famiglie con figli che vivono nei centri delle aree metropolitane. In questi contesti, l’incidenza della povertà assoluta tra le famiglie con minori raggiunge il 13,4% nel 2025, rispetto al 12,3% del 2022.
La povertà durante l’infanzia non riguarda soltanto le disponibilità economiche immediate. Può limitare l’accesso ad attività educative, opportunità culturali, alimentazione adeguata e strumenti necessari per lo studio. Il rischio è che le difficoltà economiche delle famiglie si traducano in disuguaglianze che accompagnano i minori anche negli anni successivi.
Famiglie in affitto e povertà assoluta in Italia
Il costo dell’abitazione rappresenta un altro fattore importante nella condizione economica delle famiglie. Tra il 2022 e il 2025, la quota di nuclei che vivono in affitto è passata dal 17,6% al 18,1%. Nello stesso periodo, il numero delle famiglie in povertà assoluta che pagano un canone di locazione è aumentato da 983 mila a 999 mila. Quasi un milione di famiglie povere vive dunque in un’abitazione in affitto, con una parte significativa delle risorse mensili assorbita dalle spese per la casa.
Il Mezzogiorno rimane l’area più esposta anche su questo fronte: nel 2025 l’incidenza della povertà assoluta tra le famiglie in affitto raggiunge il 22,4%, pur risultando inferiore al 24,1% del 2022. Il quadro cambia, invece, se si considera l’età della persona di riferimento del nucleo familiare. Tra le famiglie in cui questa persona ha tra i 45 e i 54 anni, l’incidenza della povertà assoluta sale al 26,2%, contro il 24,7% del 2022.
Si tratta di un dato che richiama l’attenzione sulle difficoltà di nuclei che possono sostenere contemporaneamente le spese per l’abitazione, il mantenimento dei figli e altre necessità familiari.
Povertà tra gli stranieri al Sud, la situazione resta critica
Le differenze sono particolarmente marcate anche in base alla cittadinanza dei componenti delle famiglie. Nel Mezzogiorno, secondo i dati riportati per il periodo considerato, l’incidenza della povertà assoluta tra i nuclei composti esclusivamente da stranieri passa dal 35,7% del 2022 al 36,3% del 2025.
Il divario rispetto alle famiglie composte esclusivamente da cittadini italiani resta ampio. La condizione economica delle famiglie straniere può essere influenzata da diversi fattori, tra cui la maggiore esposizione a lavori meno retribuiti o instabili, le difficoltà di accesso alla casa e la fragilità delle reti di sostegno.
La povertà, tuttavia, non riguarda un solo gruppo sociale. I dati mostrano una combinazione di fattori economici, familiari e territoriali che può rendere più difficile uscire da una situazione di disagio.
Il quadro complessivo restituisce un’Italia in cui la povertà assoluta resta stabile a livello nazionale, ma continua a pesare soprattutto sulle aree più fragili e sulle famiglie con minori risorse. Nel Mezzogiorno e nelle Isole, il problema si intreccia con le difficoltà strutturali del mercato del lavoro e con il costo della vita. Per affrontarlo, il monitoraggio dei dati deve accompagnarsi a interventi capaci di sostenere i redditi, favorire l’occupazione e ridurre le disuguaglianze nell’accesso ai servizi essenziali.
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