Lavoro in Sicilia, crescono gli occupati ma il divario resta: giovani, donne e competenze sono la sfida

Lavoro in Sicilia, crescono gli occupati ma il divario resta: giovani, donne e competenze sono la sfida

Lavoro in Sicilia, crescono gli occupati ma il divario resta: giovani, donne e competenze sono la sfida

La Sicilia può finalmente mettere un numero positivo davanti alla voce occupazione, ma sarebbe un errore fermarsi a quel numero. Il lavoro cresce, ma il mercato resta fragile e soprattutto lontano dai livelli del resto d’Italia. È il paradosso che emerge dai dati più recenti: nell’Isola gli occupati sono aumentati sensibilmente negli ultimi anni, mentre una quota ancora enorme della popolazione resta fuori dal mercato e le imprese continuano a fare fatica a trovare le professionalità di cui hanno bisogno.

Il quadro aggiornato al 2026 conferma quindi una tendenza positiva, ma anche tutti i nodi strutturali che da decenni frenano la Sicilia. Il Documento di economia e finanza regionale 2027-2029 segnala che tra il 2022 e il 2025 l’occupazione è cresciuta dell’11%, con circa 138 mila occupati in più. Nel solo 2025 l'incremento è stato dello 0,9%, sostanzialmente in linea con la dinamica nazionale.

Numeri importanti, dunque, ma non sufficienti per parlare di una vera svolta. Perché dietro la crescita degli occupati rimane una Sicilia nella quale troppo poche persone lavorano, troppe restano inattive e una parte consistente dei giovani più qualificati continua a guardare oltre lo Stretto.

Occupazione in Sicilia in crescita, ma il distacco dall’Italia resta enorme

Nel 2025 il tasso di occupazione nella fascia 15-64 anni si è attestato al 47,3%, in aumento rispetto al 46,8% del 2024. Il dato è positivo, ma non basta a ridurre in maniera significativa la distanza dalla media nazionale, che nel 2025 ha raggiunto il 62,5%. La differenza è quindi di oltre 15 punti percentuali. Una distanza che racconta più di qualsiasi altro indicatore la difficoltà della Sicilia nel trasformare la crescita economica in partecipazione al mercato del lavoro.

Nel Mezzogiorno la situazione è generalmente più complessa rispetto al resto del Paese. Nel 2025 Calabria e Campania hanno registrato tassi di occupazione ancora più bassi, rispettivamente al 46,4% e al 46,7%, mentre la Sicilia si è fermata al 47,3%. A fare meglio nell’area meridionale sono state Sardegna, Molise e Basilicata.

Il problema, dunque, non è che il lavoro in Sicilia non stia crescendo. Il problema è da quale livello parte questa crescita e quanto ancora manca per avvicinarsi ai valori nazionali.

Disoccupazione in calo, ma non basta guardare quel numero

Anche il tasso di disoccupazione siciliano è migliorato. Nel 2025 è sceso al 12,5%, rispetto al 13,3% dell’anno precedente. Il dato nazionale, tuttavia, era molto più basso, al 6,3%. Nello stesso anno il tasso di attività siciliano si è attestato al 54,1%. Ed è proprio qui che si trova una delle chiavi per comprendere il mercato del lavoro dell’Isola. Un tasso di disoccupazione in diminuzione non significa automaticamente che un numero equivalente di persone abbia trovato un impiego. Una parte della popolazione, infatti, non cerca attivamente lavoro e quindi non rientra tra i disoccupati.

La fotografia regionale mostra ancora un numero molto elevato di inattivi: nel 2025 erano circa 2,39 milioni, mentre le forze di lavoro potenziali ammontavano a 358 mila persone. È questo uno dei grandi cortocircuiti dell'economia siciliana: da una parte le aziende chiedono lavoratori, dall'altra migliaia di persone restano ai margini del mercato.

Il paradosso del mismatch: le aziende cercano lavoratori e il lavoro resta senza persone

Il problema non è soltanto siciliano, ma sull’Isola assume un peso particolare. Il più recente rapporto sul mismatch tra domanda e offerta di lavoro, pubblicato da CNEL e Unioncamere nel luglio 2026, fotografa un mercato italiano nel quale quasi un’assunzione su due è difficile da coprire.

Nel primo semestre del 2026 le imprese hanno programmato 2 milioni e 869 mila assunzioni, ma nel 44,8% dei casi hanno previsto difficoltà nel trovare il personale necessario. Il rapporto sottolinea inoltre che il problema non dipende esclusivamente dalla mancanza di competenze: pesano anche la bassa partecipazione al lavoro, gli inattivi e la mobilità lavorativa. È un fenomeno che in Sicilia assume una forma ancora più evidente. Il punto di incontro tra domanda e offerta non funziona sempre: ci sono persone che cercano un'opportunità e imprese che non riescono a trovare il profilo giusto.

Il mismatch riguarda quindi competenze, formazione, mobilità territoriale e qualità della domanda. Ma riguarda anche la capacità dell’economia siciliana di creare occupazione qualificata, capace di trattenere chi ha studiato e acquisito competenze.

Giovani in fuga, la crescita dell’occupazione non basta a trattenerli

È probabilmente questo il punto più delicato dell’intera questione. Perché mentre i numeri dell’occupazione migliorano, la Sicilia continua a perdere una parte del proprio capitale umano più qualificato. Il fenomeno non è fermo ai dati di qualche anno fa. Un rapporto Svimez pubblicato nel febbraio 2026 mostra che tra il 2002 e il 2024 quasi 350 mila laureati under 35 hanno lasciato il Mezzogiorno per trasferirsi nel Centro-Nord. Al netto dei rientri, la perdita supera le 270 mila unità. Nel solo 2024 sono stati circa 23 mila i giovani laureati meridionali trasferitisi verso il Centro-Nord. Il fenomeno è particolarmente preoccupante perché riguarda proprio quella fascia di popolazione sulla quale dovrebbe poggiare la crescita futura.

Già il rapporto Svimez 2024 aveva evidenziato che tra il 2012 e il 2022 138 mila giovani laureati italiani tra 25 e 34 anni avevano lasciato il Paese, mentre quasi 200 mila giovani laureati si erano trasferiti dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord. Il problema, quindi, non è soltanto creare posti di lavoro. È creare posti di lavoro abbastanza qualificati e attrattivi da convincere i giovani a restare.

Sicilia, il lavoro femminile resta una grande emergenza

L’altro grande nodo è quello della partecipazione femminile. Anche in questo caso i numeri raccontano una distanza profonda. Secondo il Rendiconto di genere 2025 dell’Inps, il tasso di occupazione femminile in Sicilia si ferma al 37,5%, contro il 62,5% degli uomini. Il divario raggiunge quindi 25 punti percentuali. Ancora più marcata è la distanza sul fronte dell’inattività: il 58,8% delle donne risulta inattivo, contro il 33% degli uomini. E il problema comincia presto. Tra le giovani siciliane tra 15 e 29 anni, la quota di Neet raggiunge il 27,4%, uno dei valori più elevati registrati a livello nazionale.

Anche la qualità delle assunzioni racconta una disparità significativa. Nel dato richiamato dall’Inps, le donne rappresentano il 36,3% delle nuove assunzioni complessive e soltanto il 31,4% delle assunzioni a tempo indeterminato. Nel part time, invece, la componente femminile raggiunge il 53,4%. Il lavoro femminile, dunque, non può essere considerato una questione collaterale. È uno dei principali margini di crescita dell’economia siciliana.

Più occupati non significa automaticamente lavori migliori

C’è poi un altro aspetto che rischia di rimanere nascosto dietro il dato sull’aumento degli occupati: la qualità del lavoro. Avere più persone occupate è certamente positivo, ma bisogna capire con quali contratti, con quali salari e con quali prospettive professionali. È un tema particolarmente delicato nel Mezzogiorno, dove l’aumento dell’occupazione non ha impedito una forte erosione del potere d’acquisto.

Secondo Svimez, tra il quarto trimestre del 2019 e la prima metà del 2024 i salari reali al Sud sono diminuiti del 5,7%, contro il 4,5% nel Centro-Nord. Una perdita legata soprattutto alla maggiore dinamica dei prezzi e ai ritardi nei rinnovi contrattuali. Il rischio, quindi, è quello di una crescita occupazionale che non si traduca automaticamente in un miglioramento equivalente delle condizioni economiche delle famiglie.

La vera sfida per la Sicilia è allargare il mercato del lavoro

Il quadro che emerge nel 2026 è dunque meno rassicurante di quanto potrebbe suggerire il semplice aumento degli occupati. La Sicilia ha recuperato terreno e il numero delle persone al lavoro è cresciuto in maniera significativa. Ma il tasso di occupazione resta molto distante dalla media nazionale, la partecipazione femminile è ancora troppo bassa, il mismatch ostacola le imprese e la fuga dei giovani qualificati continua a sottrarre risorse preziose al territorio.

La sfida dei prossimi anni non sarà quindi soltanto creare più occupazione, ma allargare il numero delle persone che partecipano al mercato del lavoro e migliorare la qualità degli impieghi. Servono formazione coerente con le richieste delle imprese, servizi che consentano alle donne di lavorare, opportunità professionali per i giovani e condizioni economiche capaci di rendere conveniente restare. Perché il vero paradosso siciliano è tutto qui: il lavoro cresce, ma una parte enorme della popolazione resta ancora fuori dal mercato. E finché questo squilibrio non verrà ridotto, parlare di una vera svolta occupazionale resterà prematuro.

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