La nuova mappa della montagna italiana è ormai operativa, ma la partita è tutt’altro che chiusa. Dal 22 luglio 2026 è in vigore il Dpcm 121/2026 che ridisegna i criteri per stabilire quali siano i Comuni montani, ma proprio l’entrata in vigore del provvedimento ha spostato il confronto dai tavoli istituzionali a quelli giudiziari. Diversi sindaci e amministrazioni hanno infatti contestato l’esclusione dai nuovi elenchi, mettendo sotto accusa criteri ritenuti troppo legati ad altitudine e pendenza.
Il nuovo regolamento, attuativo della legge 131/2025 sulla montagna, porta a 3.715 i Comuni classificati come montani, contro i 4.061 precedentemente inseriti negli elenchi. Il provvedimento è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 7 luglio ed è entrato in vigore il 22 luglio.
La conseguenza non è soltanto nominale. La nuova classificazione incide sull'accesso a una serie di politiche e strumenti di sostegno destinati alle aree montane, compresi quelli collegati al Fondo per lo sviluppo delle montagne italiane (Fosmit). E per molti territori esclusi il timore è che alla perdita dello status possano seguire minori opportunità finanziarie e maggiori difficoltà nel mantenimento dei servizi.
Comuni montani, la nuova classificazione del Governo
La riforma nasce dalla legge 131 del 12 settembre 2025 e supera il precedente impianto, risalente alla normativa del 1952. Il Dpcm stabilisce diversi criteri alternativi basati principalmente sulle caratteristiche fisiche del territorio: altitudine media, altitudine massima e percentuale di superficie con determinate pendenze. Sono inoltre previste alcune condizioni specifiche per Comuni confinanti con altri territori montani e per gruppi di Comuni con particolari caratteristiche territoriali.
Il risultato finale è una riduzione di 346 Comuni rispetto ai 4.061 precedenti. Secondo la documentazione parlamentare, tuttavia, il quadro non è composto soltanto da esclusioni: 616 Comuni non risultano più montani, mentre 298 entrano nel nuovo elenco, con un saldo nazionale negativo di 346 enti.
La questione più contestata riguarda il fatto che la nuova classificazione considera soprattutto parametri geomorfologici. È proprio su questo punto che si sono concentrate le critiche di numerosi amministratori, secondo i quali la condizione di svantaggio di un territorio non può essere misurata soltanto in metri di altitudine o percentuali di pendenza.
Comuni montani in Sicilia, il saldo è positivo ma 24 enti restano fuori
La Sicilia rappresenta un caso particolare. A fronte di 24 Comuni che hanno perso la classificazione, sono 57 i nuovi enti entrati nell'elenco. Il saldo complessivo è quindi positivo: l'Isola passa da 185 Comuni della precedente classificazione utilizzata nel dossier parlamentare a 218 Comuni nel nuovo elenco, con 33 enti in più.
Dietro il dato complessivo, però, si nascondono situazioni molto diverse. La nuova mappa modifica profondamente la distribuzione territoriale: in provincia di Agrigento i Comuni montani passano da 7 a 15, a Catania da 22 a 30 e a Caltanissetta da 2 a 15. Anche Palermo cresce, passando da 50 a 62. Al contrario, Messina scende da 70 a 67, Siracusa da 7 a 6 e Trapani da 8 a 1.
Tra i territori che hanno perso la classificazione figurano anche realtà note dell'Isola. Il caso di Carlentini è diventato uno dei simboli della protesta siciliana: il sindaco Giuseppe Stefio ha denunciato la perdita dello status di comunità semi-montana e le possibili ripercussioni su agricoltura, scuola e organizzazione dell'assistenza sanitaria.
Fosmit, la preoccupazione per le risorse destinate ai territori
È soprattutto sul terreno economico che si concentra il confronto. La classificazione dei Comuni montani è infatti collegata alle politiche pubbliche rivolte alle aree montane e all'accesso alle risorse destinate allo sviluppo dei territori. In Sicilia il paradosso evidenziato dagli amministratori è chiaro: più Comuni nell'elenco non significa automaticamente più risorse per ciascun territorio. Anci Sicilia aveva già segnalato il rischio che l'aumento degli enti beneficiari si accompagnasse a una disponibilità finanziaria complessivamente più contenuta rispetto al passato.
La Regione Siciliana ha continuato, intanto, a gestire le risorse relative alle precedenti annualità del Fosmit. Un provvedimento regionale del giugno 2026 richiama, ad esempio, il termine del 31 agosto 2026 per la conclusione degli interventi finanziati con l'annualità 2023.
Il nodo, quindi, non riguarda soltanto il riconoscimento formale della montanità, ma la capacità dei Comuni di finanziare servizi e interventi in territori dove spesso la popolazione diminuisce, le distanze aumentano e la rete dei servizi essenziali è già fragile.
La battaglia dei sindaci arriva davanti ai giudici
Con la pubblicazione del Dpcm la protesta non si è fermata. Anzi, per molti Comuni esclusi la partita si è spostata sul piano giudiziario. Già prima dell'entrata in vigore del provvedimento erano stati presentati ricorsi contro la nuova classificazione. Tra i casi segnalati ci sono Saluzzo e Sciolze, mentre altri Comuni hanno scelto il ricorso straordinario al presidente della Repubblica. Complessivamente, secondo le ricostruzioni pubblicate nelle settimane precedenti alla definitiva entrata in vigore del decreto, oltre cento amministrazioni si erano rivolte al Tar del Lazio.
La contestazione ruota soprattutto attorno alla metodologia utilizzata dal Governo. Gli amministratori chiedono che nella definizione della montanità vengano considerati anche fattori come spopolamento, accessibilità, distanza dai servizi, fragilità infrastrutturale e condizioni socioeconomiche. Non è dunque soltanto una disputa sulla classificazione geografica. In gioco ci sono le condizioni concrete di vita e di sviluppo di una parte significativa delle aree interne italiane.
Carlentini e Pantelleria, i casi siciliani più emblematici
In Sicilia la protesta assume forme diverse a seconda dei territori. A Carlentini, nel Siracusano, il sindaco Giuseppe Stefio ha parlato della cancellazione di 74 anni di storia legata alla classificazione semi-montana, evidenziando le possibili ricadute su comparti agricoli, scuola e sanità.
Un altro caso particolarmente significativo è quello di Pantelleria, territorio insulare caratterizzato da condizioni di isolamento e specifiche difficoltà logistiche. La perdita dello status di Comune montano è stata contestata proprio perché rischia di aggiungere un ulteriore elemento di fragilità a un'isola che già deve fare i conti con costi dei servizi, collegamenti e distanza dai principali centri amministrativi. Il caso di Pantelleria riporta al centro una delle principali critiche rivolte alla riforma: quanto possono essere sufficienti altitudine e pendenza per descrivere la fragilità di un territorio?
Spopolamento, servizi e futuro delle aree interne
La questione assume un peso ancora maggiore in Sicilia per la presenza di un fenomeno ormai strutturale: lo spopolamento delle aree interne. La perdita di residenti procede spesso insieme alla riduzione dei servizi, alla difficoltà per le imprese locali e alla diminuzione della popolazione in età lavorativa. È proprio questo intreccio a rendere particolarmente delicata la revisione della classificazione dei Comuni montani.
La nuova legge, peraltro, prevede che l'elenco possa essere aggiornato annualmente sulla base dei dati forniti dall'Istat, con un nuovo Dpcm da adottare entro il 30 settembre e con efficacia dal 1° gennaio dell'anno successivo. La fotografia del 2026, quindi, non è necessariamente definitiva. Questo elemento potrebbe lasciare aperto uno spazio per successive correzioni, ma nell'immediato i Comuni esclusi devono fare i conti con gli effetti della nuova classificazione.
La Regione siciliana cerca una soluzione per i Comuni esclusi
Sul fronte siciliano il confronto tra Regione ed enti locali resta quindi centrale. L'obiettivo indicato dagli amministratori è evitare che i territori esclusi si trovino improvvisamente senza strumenti adeguati per sostenere servizi essenziali, imprese e contrasto allo spopolamento.
La posizione della Sicilia si inserisce in un confronto nazionale che coinvolge anche altre Regioni. La Sardegna, per esempio, ha contestato apertamente la nuova classificazione dopo aver perso 102 Comuni rispetto al precedente assetto, chiedendo che oltre ad altitudine e pendenza siano considerate anche insularità, accessibilità, spopolamento e fragilità infrastrutturale.
L'Emilia-Romagna sceglie una strada diversa
Un segnale importante è arrivato dall'Emilia-Romagna, dove la Regione ha deciso di mantenere una classificazione regionale più ampia rispetto a quella nazionale. Il Dpcm riconosce infatti 99 Comuni montani in Emilia-Romagna, mentre la Regione ha confermato 122 Comuni nell'ambito delle proprie politiche regionali. La decisione è stata formalizzata dalla Giunta il 5 agosto 2026.
Il presidente Michele de Pascale e l'assessore alla Montagna e alle Aree interne Davide Baruffi hanno spiegato che per le politiche regionali non sarà sufficiente il solo criterio della pendenza e dell'altitudine. L'obiettivo dichiarato è continuare a sostenere anche i territori esclusi dalla classificazione nazionale, considerando servizi fondamentali, contrasto allo spopolamento, tutela del territorio ed economia locale. La scelta emiliana potrebbe quindi rappresentare un precedente interessante anche per altre Regioni, compresa la Sicilia, chiamate ora a trovare strumenti per evitare che la nuova classificazione nazionale si traduca automaticamente in un arretramento delle politiche territoriali.
di Salvatore Rocca
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