Restare in Sicilia senza rinunciare alle proprie ambizioni professionali. È una delle sfide più importanti per le nuove generazioni dell’Isola, in un mercato che negli ultimi anni ha mostrato segnali di crescita, ma continua a scontare problemi legati alla qualità dell’occupazione, ai salari e alla fuga dei talenti.
La questione riguarda anche la capacità della Sicilia di costruire un sistema economico in grado di trattenere competenze e attrarre professionalità. Secondo i dati diffusi dalla Regione nel Defr 2027-2029, tra il 2022 e il 2025 gli occupati nell’Isola sono aumentati di circa 138 mila unità. Nello stesso periodo il Pil regionale è cresciuto del 18,9%. Sono dati positivi che si inseriscono, però, in un quadro ancora caratterizzato da forti divari territoriali e difficoltà nell’accesso a un’occupazione stabile e qualificata. Anche il fenomeno di chi non studia e non lavora continua a pesare soprattutto nel Mezzogiorno. Nel 2025, secondo l’Istat, la quota di NEET nel Sud ha raggiunto il 20,2%, contro l’8,7% del Nord e l’11,8% del Centro.
È in questo scenario che si inseriscono le riflessioni di Marco Luppi, consigliere di Presidenza con delega a Lavoro e Innovazione del Consiglio nazionale dei giovani, intervistato dal QdS.it sulle prospettive delle nuove generazioni e sulle politiche necessarie per rendere il mercato più attrattivo.
Il Consiglio nazionale dei giovani è l’organo consultivo che rappresenta le nuove generazioni nel rapporto con Governo e istituzioni. Tra le deleghe dell’attuale Consiglio di Presidenza figura proprio quella a Lavoro e Innovazione, affidata a Luppi.
Giovani e lavoro in Sicilia, il problema non è solo trovare un'occupazione
Per Luppi, il punto di partenza è il modo in cui per anni è stato considerato il lavoro giovanile. «Aver considerato per troppi anni i giovani come un “costo” o una “risorsa comprimibile”, anziché il motore economico e sociale del Paese, è stato un errore. La conseguenza è stata l’esplosione della precarietà e la trappola dei salari bassi».
Secondo il consigliere del Cng, il problema non riguarda soltanto la possibilità di trovare un impiego, ma anche le condizioni nelle quali quell’impiego viene svolto. «Non si può pensare di costruire un futuro collettivo solido basandosi sulla discontinuità lavorativa permanente. Aver tollerato contratti pirata, stage gratuiti e vuoti di tutela ha disaffezionato intere generazioni dal mercato del lavoro, spingendole verso l’inattività o l’emigrazione».
Una questione che si intreccia con il fenomeno dei NEET e con la difficoltà, soprattutto nel Mezzogiorno, di trasformare la formazione in un percorso professionale stabile.
Salari, welfare e formazione per trattenere le nuove generazioni
La qualità dell’occupazione diventa quindi una delle condizioni necessarie per ridurre la fuga dall’Isola. «Si resta dove c’è dignità del lavoro, tutela delle persone, prospettiva di crescita e soprattutto salari adeguati. Il part-time involontario e il lavoro povero non sono risposte accettabili», sottolinea Luppi. Tra le priorità indica il rafforzamento della contrattazione collettiva e delle tutele, insieme a politiche attive e formazione continua. Il mercato, infatti, è cambiato e difficilmente una persona resterà per tutta la vita nella stessa azienda. «Oggi è impensabile che un giovane lavori per la stessa azienda tutta la vita. Serve quindi una politica che investa risorse nelle transizioni lavorative e garantisca il diritto alla riqualificazione costante».
Accanto alla dimensione professionale ci sono poi casa, famiglia e conciliazione dei tempi. Secondo Luppi, per competere con gli altri Paesi europei è necessario costruire un sistema di welfare capace di sostenere l’autonomia abitativa, la genitorialità e l’equilibrio tra vita privata e professionale.
Scuola, università e imprese: il nodo delle competenze
Un altro problema riguarda il rapporto tra ciò che il sistema formativo produce e ciò che le imprese cercano. «Esiste un mismatch reale tra ciò che il sistema formativo produce e ciò che il mercato richiede, e qui serve una reale sinergia tra scuola, università e tessuto produttivo». La difficoltà nel reperire personale, quindi, non può essere ricondotta esclusivamente alla mancanza di candidati. Conta anche la distanza tra le competenze disponibili e quelle richieste dalle aziende.
Luppi richiama in questo senso alcune esperienze territoriali, come l’Hub dei Talenti promosso da Confindustria in Puglia, pensato per favorire il collegamento tra università e sistema economico. Ma la formazione non è l’unico elemento. «Dove le condizioni offerte sono precarie, sottopagate o prive di tutele, i giovani scelgono legittimamente di rifiutare e di emigrare verso altri Paesi. La qualità del lavoro e la valorizzazione della persona sono la prima leva di attrazione».
South Working in Sicilia, una misura ora operativa
Per la Sicilia, uno degli strumenti più recenti per contrastare la fuga delle competenze è il South Working, introdotto dalla legge di Stabilità regionale 2026-2028 e oggi diventato operativo.
La misura prevede 54 milioni di euro complessivi, 18 milioni per ciascuno degli anni 2026, 2027 e 2028. L’incentivo è destinato alle imprese che assumono a tempo indeterminato lavoratori siciliani, oppure trasformano rapporti a termine in contratti stabili, consentendo loro di lavorare prevalentemente da remoto dalla Sicilia. Il contributo è di 30 mila euro per lavoratore, distribuito in cinque quote annuali da 6 mila euro.
Il rapporto deve essere mantenuto per almeno cinque anni e il lavoratore deve svolgere la propria attività prevalentemente in modalità agile dalla Sicilia, con una presenza presso la sede aziendale non superiore al 20% dei giorni lavorativi annui.
Per Luppi, il tema va inserito in una strategia più ampia. «I segnali di rientro dei talenti sono incoraggianti, ma serve una strategia strutturale. A livello regionale bisogna valorizzare le risorse del Pnrr e dei fondi europei per creare infrastrutture moderne e un ecosistema favorevole all’occupazione stabile e di qualità». La misura può essere interessante soprattutto per chi lavora per aziende con sede fuori dall’Isola ma vuole tornare a vivere in Sicilia.
La Regione ha indicato proprio il South Working come uno degli strumenti per favorire la permanenza e il rientro dei lavoratori qualificati. A settembre il presidente Renato Schifani ha inoltre sottolineato il ruolo che il lavoro agile può avere soprattutto nelle aree interne, collegandolo alla necessità di infrastrutture digitali e spazi adeguati.
Energia e produttività, la partita per rilanciare l'industria
La capacità di creare occupazione qualificata è legata anche alla crescita delle imprese. Secondo Luppi, nel Mezzogiorno pesa l’assenza di grandi realtà capaci di offrire ai professionisti condizioni economiche competitive. «Abbiamo un problema di produttività, dovuto in particolare al costo dell’energia e del lavoro rispetto al valore del bene o servizio che viene generato».
Da qui l’attenzione verso il costo dell’energia e il possibile ruolo della Sicilia. «Bisognerebbe intervenire in particolare sul costo dell’energia per riavviare l’industria nel Sud, e la Sicilia, con le sue caratteristiche, si può benissimo prestare come hub energetico per il rilancio dell’industria del Sud Italia».
Il tema dell’energia è oggi particolarmente rilevante anche nelle politiche regionali. La legge di Stabilità siciliana ha previsto specifiche risorse per la solidarietà energetica e, più in generale, il governo regionale ha inserito investimenti e misure per imprese e competitività tra gli interventi attuativi del 2026.
Imprese siciliane, come trattenere i talenti
Una parte della responsabilità ricade anche sulle aziende. Per Luppi, occorre superare modelli organizzativi troppo rigidi e investire maggiormente sul capitale umano. «Trattenere talenti significa puntare sulla partecipazione dei lavoratori alle scelte e all’organizzazione aziendale, offrire percorsi di carriera trasparenti, investire sulla salute e sicurezza e adottare modelli di welfare aziendale inclusivi». La capacità di trattenere un professionista, quindi, non dipende soltanto dalla retribuzione. Conta anche la possibilità di crescere, acquisire nuove competenze e avere un rapporto più equilibrato tra vita e professione. È una sfida particolarmente importante per le piccole e medie imprese, che rappresentano una parte rilevante del tessuto produttivo siciliano.
Energia, digitale, agrifood e turismo: i settori su cui puntare
Luppi individua alcuni comparti nei quali la Sicilia potrebbe costruire nuove opportunità. «La Sicilia ha un potenziale enorme. I settori chiave sono la transizione ecologica e l’energia pulita: la Sicilia può diventare un hub del Mediterraneo. Poi serve investire sul digitale, con l’espansione dei poli tecnologici e delle startup». Accanto ai settori più innovativi ci sono quelli tradizionali, a partire da agrifood, turismo e cultura. La sfida, in questo caso, è aumentare il valore aggiunto e ridurre la dipendenza dalla stagionalità. «Agrifood sostenibile, turismo integrato e cultura sono filiere tradizionali che vanno ammodernate e sottratte alla stagionalità precaria attraverso competenze manageriali, green e digitali».
L’obiettivo sarebbe quindi trasformare comparti già presenti sul territorio in filiere capaci di generare occupazione più stabile e qualificata.
Startup e innovazione, servono meno ostacoli
L’innovazione può diventare un altro strumento per creare opportunità, ma secondo Luppi il sistema siciliano deve ancora superare diversi ostacoli. «Manca ancora un ecosistema fluido e integrato. Ci sono buone idee e grande talento, ma la troppa burocrazia e la difficoltà di accesso al credito o ai fondi di venture capital frenano lo sviluppo». Per questo diventa importante costruire una rete più stretta tra incubatori, università, istituzioni e imprese.
La Regione ha previsto nel 2026 anche risorse per sostenere investimenti e processi di innovazione delle imprese siciliane. Nel quadro delle misure attuative della legge di Stabilità regionale, sono stati destinati 50 milioni di euro ai nuovi investimenti, con l’obiettivo di rafforzare la competitività e accompagnare i processi di crescita.
Ma innovazione non significa soltanto startup e digitale. «Applicare l’innovazione tecnologica ed ecologica all’agricoltura, alla manifattura o al turismo significa alzare il valore aggiunto dei prodotti, creare figure professionali nuove e qualificate e migliorare direttamente la sicurezza e la qualità delle condizioni di lavoro».
Il saldo migratorio come indicatore della capacità di trattenere le nuove generazioni
Come capire, nei prossimi anni, se le politiche per le nuove generazioni avranno prodotto risultati? Per Luppi occorre guardare a indicatori concreti, a partire dalla riduzione dei NEET e dal miglioramento della qualità dei contratti.
Ma c’è un altro parametro particolarmente significativo per una regione come la Sicilia: la mobilità dei giovani. «Il successo non si misurerà con i soliti proclami, ma con indicatori concreti quali la riduzione drastica del tasso di NEET, la qualità e la stabilità dei contratti stipulati, meno frammentazione e lavoro povero. E per ultimo l’inversione del saldo migratorio». L’obiettivo, in questa prospettiva, non sarebbe impedire ai giovani di partire, ma fare in modo che partire sia una scelta e non una necessità e che, per chi lo desidera, esistano condizioni concrete per tornare.
L'autonomia delle nuove generazioni passa da lavoro, casa e formazione
Il Consiglio nazionale dei giovani sta lavorando su un insieme di proposte dedicate all’autonomia delle nuove generazioni. «Abbiamo elaborato un pacchetto di proposte e piattaforme rivendicative che pongono al centro l’autonomia delle nuove generazioni, focalizzandosi su lavoro dignitoso, casa, salute mentale e formazione». Il tema dell’autonomia è infatti strettamente legato alla possibilità di costruire un percorso professionale e personale senza dover rinviare continuamente le scelte fondamentali della vita. Per una regione come la Sicilia, la questione assume una dimensione ancora più ampia. Il problema non è soltanto quanti giovani entrano nel mercato, ma quali opportunità trovano, quanto possono crescere professionalmente e se il territorio riesce a offrire condizioni sufficienti per convincerli a restare.
La sfida indicata da Luppi è quindi quella di trasformare le analisi sulle difficoltà delle nuove generazioni in interventi concreti. «La vera sfida, ora, è convertire queste analisi in politiche pubbliche operative creando una convergenza tra la rappresentanza dei lavoratori e le istanze giovanili per trasformare le idee in tutele concrete e riforme legislative strutturali».
Per la Sicilia, il passaggio decisivo sarà capire se gli strumenti messi in campo, dal South Working agli incentivi per le assunzioni, dagli investimenti nell’innovazione alle politiche per l’alta formazione, riusciranno a tradursi in occupazione stabile, competenze valorizzate e nuove opportunità. La Regione ha già affiancato al South Working interventi per l’alta formazione e la ricerca, tra cui oltre 8,3 milioni di euro destinati nel 2026 ai contratti di ricerca nelle università siciliane.
È su questo terreno che si giocherà una parte importante della capacità dell’Isola di trattenere e attrarre capitale umano nei prossimi anni.
di Emanuela La Mela
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