Istruzione in Italia, il divario tra Nord e Sud resta profondo: Sicilia fanalino di coda

Istruzione in Italia, il divario tra Nord e Sud resta profondo: Sicilia fanalino di coda

Istruzione in Italia, il divario tra Nord e Sud resta profondo: Sicilia fanalino di coda

Quanto conta il luogo in cui si nasce per arrivare alla laurea? In Italia, ancora molto. E i dati più recenti dell’Ocse riportano al centro una frattura che attraversa il Paese: il livello di istruzione cambia sensibilmente da una regione all’altra, mentre il divario italiano rispetto alla media internazionale resta ampio.

L’ultima edizione di Education at a Glance 2026, pubblicata dall’Ocse il 29 settembre, fotografa una situazione nella quale soltanto il 22% degli adulti italiani tra 25 e 64 anni possiede un titolo di istruzione terziaria, contro il 43% della media Ocse. Al contrario, il 45% degli italiani si ferma al diploma, rispetto al 39% della media dei Paesi Ocse. Un altro 33% non ha completato l’istruzione secondaria superiore.

Ma dietro la media nazionale c'è una differenza ancora più evidente. La quota di adulti con un titolo terziario passa dal 17% della Sicilia al 29% del Lazio. Anche la percentuale di persone che non hanno raggiunto il diploma varia fortemente: in Sicilia arriva al 43%, mentre nella provincia autonoma di Trento si ferma al 22%.

Istruzione in Italia, pochi laureati rispetto alla media Ocse

Il primo dato da cui partire è quindi quello nazionale. L'Italia ha aumentato negli anni il numero di persone con titoli di studio elevati, ma resta lontana dagli altri Paesi Ocse. Nel 2025 il 22% della popolazione adulta italiana aveva completato un percorso terziario, contro il 43% della media Ocse. La distanza riguarda soprattutto la fascia dei titoli universitari, mentre il nostro Paese presenta una quota superiore alla media di persone con diploma di scuola secondaria superiore o percorsi post-secondari non universitari.

Il dato va letto anche alla luce di un altro elemento: tra il 2015 e il 2025 la quota di giovani tra 25 e 34 anni senza un titolo di scuola secondaria superiore è scesa dal 26% al 19%. È un miglioramento significativo, ma non ha colmato il divario con gli altri Paesi sul fronte della formazione terziaria. E il titolo di studio continua ad avere un peso concreto anche sul lavoro. In Italia, nel 2025, il tasso di occupazione dei 25-64enni con un titolo terziario era dell'85,3%, contro il 74,6% di chi aveva il diploma e il 56,1% di chi aveva al massimo la licenza media.

Sicilia, il divario con il Nord e il resto d'Italia

È sul piano territoriale che la fotografia diventa ancora più netta. La Sicilia si ferma al 17% di adulti con un titolo terziario, dodici punti sotto il Lazio, che raggiunge il 29%. Il dato inserisce l'Isola all'interno di una più ampia frattura territoriale che caratterizza il sistema italiano dell'istruzione. Non c'è soltanto la distanza nella quota di laureati. In Sicilia il 43% degli adulti tra 25 e 64 anni non ha raggiunto un titolo di scuola secondaria superiore. È la quota più elevata tra le regioni italiane considerate dall'Ocse. Il divario territoriale, dunque, non riguarda soltanto l'università. Parte molto prima, dal percorso scolastico e dalle possibilità di proseguire gli studi.

Il peso della famiglia sulle opportunità di studio

A incidere sulle possibilità di raggiungere un titolo elevato è anche il contesto familiare. Il Rapporto annuale Istat 2026 mostra quanto sia forte il legame tra il livello di istruzione dei genitori e quello dei figli. La propensione a laurearsi è oltre dodici volte più alta quando almeno un genitore è laureato rispetto alle famiglie nelle quali i genitori hanno al massimo la licenza media.

Nel 2024, tra i giovani di 25-34 anni con genitori che non avevano conseguito un diploma, soltanto il 12,8% aveva raggiunto un titolo terziario. Quando almeno un genitore era diplomato, la quota saliva al 43,4%. Con almeno un genitore laureato, arrivava al 64,7%. Il percorso scolastico, quindi, non parte dallo stesso punto per tutti. E il fattore geografico si sovrappone a quello familiare, creando differenze che possono accompagnare una persona per gran parte della vita.

Laurea e competenze non sono la stessa cosa

C'è però un'altra questione da non trascurare: avere un titolo di studio non significa automaticamente possedere competenze elevate. L'indagine Ocse sulle competenze degli adulti PIAAC, basata sui dati raccolti nel 2023, mostra infatti che gli adulti italiani ottengono risultati inferiori alla media Ocse in tutti e tre gli ambiti analizzati: literacy, numeracy e problem solving adattivo.

In literacy, il 35% degli adulti italiani si colloca al livello 1 o sotto, contro il 26% della media Ocse. Significa che una parte consistente della popolazione riesce a comprendere soprattutto testi brevi e informazioni esplicite, mentre può incontrare difficoltà di fronte a contenuti più complessi. Solo il 5% raggiunge i livelli più alti, contro il 12% della media Ocse. Anche nella numeracy il 35% degli adulti è al livello 1 o inferiore, mentre soltanto il 6% raggiunge i livelli 4 o 5, contro il 14% della media Ocse.

Problem solving, quasi un adulto su due è ai livelli più bassi

La distanza diventa ancora più evidente nel problem solving adattivo, una competenza che riguarda la capacità di affrontare problemi modificando strategie e decisioni quando cambiano le condizioni. Il 46% degli adulti italiani si trova al livello 1 o inferiore, contro il 29% della media Ocse. A questi livelli si riescono ad affrontare problemi relativamente semplici, mentre diventano più difficili quelli che richiedono più passaggi o il controllo di diverse variabili. Soltanto l'1% degli italiani raggiunge il livello 4, contro il 5% della media Ocse.

Il dato complessivo è altrettanto significativo: considerando contemporaneamente literacy, numeracy e problem solving adattivo, il 26% degli adulti italiani si colloca nei due livelli più bassi in tutti gli ambiti, contro il 18% della media Ocse.

Scuola e competenze, il problema parte prima della laurea

I numeri sulle competenze aiutano a spostare il discorso oltre la semplice conta dei laureati. Il problema, infatti, non riguarda soltanto l'accesso all'università, ma la qualità e la solidità delle conoscenze costruite lungo tutto il percorso scolastico.

Il 58° Rapporto Censis, utilizzando gli ultimi dati disponibili al momento della pubblicazione, aveva già evidenziato questo punto: gli analfabeti propriamente detti erano circa 260 mila, mentre i laureati avevano raggiunto quota 8,4 milioni, pari al 18,4% della popolazione con almeno 25 anni. Allo stesso tempo, restavano ampie quote di studenti che non raggiungevano i traguardi di apprendimento previsti in italiano e matematica.

La fotografia più recente dell'Ocse sulle competenze degli adulti conferma che il problema non può essere ridotto alla sola quantità di laureati. L'istruzione formale e le competenze effettivamente possedute sono dimensioni collegate, ma non coincidono.

Istruzione, partecipazione e fiducia nelle istituzioni

C'è infine una dimensione che va oltre scuola e lavoro: quella sociale. L'Istat rileva da tempo una relazione tra livello di istruzione e diversi indicatori di partecipazione e benessere. Nel Rapporto annuale 2026 viene sottolineato come il titolo di studio rappresenti uno dei fattori che incidono sulle opportunità individuali e sulla mobilità sociale.

Anche sul terreno della fiducia nelle istituzioni emergono differenze legate al titolo di studio. I dati Istat riferiti al 2024 mostrano, per esempio, una distanza di circa dieci punti tra laureati e persone con al massimo la licenza media nella quota che esprime una fiducia almeno sufficiente verso il Presidente della Repubblica e il Parlamento europeo. Per altre istituzioni, invece, il rapporto cambia e in alcuni casi la fiducia risulta maggiore tra le persone meno istruite.

È quindi necessario evitare una conclusione automatica: più istruzione non significa necessariamente più fiducia nella politica. I dati mostrano piuttosto che il rapporto tra titolo di studio, partecipazione e fiducia è complesso e cambia a seconda dell'istituzione considerata.

Istruzione e democrazia, una questione che riguarda tutti

La scuola, l'università e la formazione non servono soltanto a ottenere un titolo o trovare un lavoro. Forniscono anche gli strumenti per comprendere informazioni, valutare dati, confrontare opinioni e orientarsi nella società. È proprio questa la dimensione che rende il divario nell'istruzione una questione che va oltre le statistiche scolastiche. Se le opportunità di formazione dipendono ancora così tanto dal luogo di nascita e dal contesto familiare, la disuguaglianza non resta confinata dentro le aule: può riflettersi sul lavoro, sul reddito, sulla mobilità sociale e sulla partecipazione alla vita collettiva.

L'Italia arriva al 2026 con alcuni miglioramenti, ma anche con una distanza ancora evidente rispetto alla media Ocse. E dentro il Paese la frattura territoriale rimane marcata: la Sicilia è al 17% di adulti con un titolo terziario, contro il 29% del Lazio.

Il dato più importante, però, è forse quello che sta dietro queste percentuali: ridurre il divario nell'istruzione significa intervenire molto prima dell'università, sulle condizioni familiari, sulla qualità dei percorsi scolastici e sulla possibilità concreta di acquisire competenze solide. È lì che si misura una parte decisiva della capacità di una società di offrire alle persone le stesse opportunità di partenza.

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