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Lavori pubblici, come Cosa si infiltra nei cantieri

Lavori pubblici, come Cosa si infiltra nei cantieri

Lavori pubblici, come Cosa si infiltra nei cantieri

“L’Anac dice che se gli appalti vanno più veloce è un favore sostanzialmente ai malintenzionati. Io penso che sia vero il contrario”. Poco meno di un anno fa, il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini replicava così a Giuseppe Busia. A pochi giorni dall'entrata in vigore del nuovo codice degli appalti, il presidente dell'Anticorruzione aveva messo in guardia dai rischi derivanti dall'innalzamento della soglia sotto alla quale le stazioni appaltanti avrebbero potuto affidare i lavori senza indire gare.

“Sotto i 150mila euro va benissimo il cugino o anche chi mi ha votato”, aveva detto Busia. Quella del magistrato, che nel 2020 è subentrato a Raffaele Cantone, era stata l'estremizzazione di un concetto che, con il nuovo codice, interessa l'intero mondo dei lavori pubblici: ridurre al minimo le gare aperte, ripiegando su quelle a inviti. Cinque o dieci, a secondo dell'importo. Alla base di questa profonda modifica c'è stato il convincimento secondo cui gli iter di affidamento incidono troppo sulla realizzazione delle opere. E così, per quanto negli anni scorsi uno studio di Bankitalia abbia circoscritto al 12 per cento l'incidenza delle operazioni di gara sull'intero appalto, la tesi del governo Meloni si è affermata.

Ad accendere i riflettori sui pericoli connessi all'allargamento delle maglie dei controlli, è stata la recente inchiesta della Dda di Palermo sull'infiltrazione di Cosa nostra in alcuni appalti dell'Agrigentino. Una storia che ha radici in una fase in cui era in vigore il vecchio codice e in cui i rallentamenti e contrattempi nell'andamento dei cantieri ci sono stati, ma non hanno avuto nulla a che vedere con l'apertura di buste virtuali, calcolo di percentuali e inserimento di password. A fare il cattivo tempo sono state le cosche, capaci a loro volta di farsi stazione appaltante e scegliere a proprio insindacabile giudizio chi dovesse concretamente lavorare. È il mondo dei subappalti, del controllo delle forniture e di quanto sembra accadere senza che la pubblica amministrazione riesca a intervenire. “Un quadro sconcertante”, dichiara Giovanni Pistorio, segretario regionale di Fillea Cgil.

Lavori pubblici, la voglia di lavorare

“Scusami se ti faccio una domanda banale: ma hai intenzione di lavorare o no?” Nella Sicilia in cui è difficile trovare un posto da operaio così come fare impresa, la domanda suona più strana che altrove. A farla, a marzo del 2022, è il titolare della ditta che aveva vinto la gara da quasi tre milioni per il completamento della rete fognaria di Ribera, nell'Agrigentino. L'uomo si chiama Nicolò Costanza ed è indagato per favoreggiamento, aggravato dall'avere agito per contribuire agli interessi di Cosa nostra, perché davanti agli investigatori avrebbe raccontato versioni diverse su ciò che accadeva in cantiere. Nell'intercettazione Costanza si rivolge a Carmelo Marotta, ritenuto l'amministratore di un'impresa fornitrice di calcestruzzo e in passato condannato per avere contribuito alla latitanza del boss Giuseppe Falsone. Costanza contesta l'eccessivo lassismo nella trasmissione della documentazione necessaria per procedere all'avvio dei lavori. Non si tratta di una giornata storta, ma di un atteggiamento che si protrae nel tempo.

“Gli accertamenti svolti dalla polizia giudiziaria – si legge nell'ordinanza – consentivano di ricostruire come la Gng (la ditta di Costanza, ndr), abbia per oltre un anno accettato il concreto rischio di incorrere in contenziosi amministrativi con la stazione appaltante subendo supinamente i ritardi e le irregolarità connesse all’incompletezza della documentazione inoltratagli dall’impresa di fatto gestita da Marotta”.

Lavori pubblici, senza alternative

La spiegazione di ciò che i magistrati hanno definito “un contegno in antitesi con una comprensibile logica imprenditoriale” starebbe nella mancanza di alternativa: Marotta a Ribera, e come lui altri imprenditori del comprensorio, avrebbero lavorato in subappalto per decisione esclusiva di un gruppo di mafiosi legati al mandamento che abbraccia anche i centri di Lucca Sicula, Burgio e Villafranca Sicula. Alla guida ci sarebbe stato Salvatore Imbornone. L'uomo, già condannato in via definitiva per mafia, è finito in carcere insieme ad alcuni sodali, tra cui Francesco Caramazza della famiglia di Favara. È proprio Caramazza che racconta di quando una delle ditte interessate al subappalto a Ribera avesse pensato di poter interloquire con l'impresa aggiudicataria. “Qua sei fuori strada, l'altro devi cercare”, sarebbe stata la risposta data dalla società che sulla carta aveva invece libertà di scegliere a chi affidarsi. Le dinamiche si sarebbero ripetute anche nei cantieri sulle provinciale 32 e 47 e in occasione dei lavori a Lucca Sicula, Palazzo Adriano e Bivona.

A dare il benestare, anche quando in ballo c'era la pretesa di un amico della cosca, doveva essere sempre Imbornone. “Vedi che Gino picciotto buono è, se lo puoi aiutare, aiutalo”, dice un giorno Giuseppe Maurello, imprenditore che si occupa di forniture di materiale roccioso e anche lui indagato. L'uomo sta parlando con Caramazza, che gli ricorda: “Con Totò (Imbornone, ndr) dobbiamo parlare prima”. Dalle indagini è emerso che l'impresa di Costanza, vincitrice dei lavori a Ribera, ha assunto il figlio, due cognati e un nipote di Caramazza. Nessuno di loro aveva mai lavorato con la Gng.

Lavori pubblici pietrame scadente

Tra chi avrebbe ricevuto favori dai clan, ci sarebbe stato lo stesso Maurello. All'uomo, originario di Lucca Sicula e gestore a Palazzo Adriano di una cava che gli inquirenti ritengono abusiva, vengono affidate forniture di pietre per la realizzazione dei cosiddetti gabbioni, strutture usate per stabilizzare i terreni. Gli imprenditori che hanno avuto a che fare con lui, davanti agli investigatori, hanno negato – e per questo sono stati indagati per favoreggiamento – che Maurello fosse tra i fornitori. Nelle intercettazioni, invece, il suo nome ricorre più volte e spesso per critiche sull'operato. Giovanni Chianetta, titolare della Geotek, per esempio più volte avrebbe avuto da ridire sulla lentezza con cui Maurello recapitava il materiale in cantiere. “I picciotti mi hanno chiamato: sono due ore che il camion se n'è andato e ancora ci deve andare”, dice al telefono Chianetta parlando con Maurello.

Ad essere messa in discussione era anche la qualità della fornitura. “Il primo giorno che siamo venuti qua quello della Provincia dice: 'Chi minchia li ha fatti questi gabbioni?' - dice al telefono Chianetta –. Io ho cercato un po' di distrarli”. Sulla carta avrebbe potuto cambiare fornitore e rivolgersi ad altri, ma non lo ha fatto.

 Lavori pubblici, Fillea Cgil: “Monitorare reclutamento degli operai”

“Sembra di essere nel pieno della stagione dei tavolini, come ai tempi di Siino. Bisogna reagire coralmente e con fermezza sennò crolla tutto”. Il segretario regionale di Fillea Cgil Giovanni Pistorio non ha dubbi: le infiltrazioni della mafia nella filiera dei lavori pubblici rappresentano un problema che si sta sottovalutando. “Il sistema è ben rodato e pienamente operativo. Lo testimonia il fatto che le ditte che arrivano da fuori sanno già con chi relazionasi per i subappalti, le forniture e la manodopera. Cosa si aspetta prima di rendere obbligatoria la pubblicità delle informazioni sulla filiera delle forniture?”.

Da tempo Pistorio segnala alcuni mutamenti nelle dinamiche relative alla selezione di chi deve fornire macchine e materiali: “Se i mezzi improvvisamente non me li porto più dietro affidandomi a chi me li ha sempre forniti, se per inerti o calcestruzzo mi rivolgo a qualcuno che si trova più lontano dal cantiere rispetto ad altri, c'è qualcosa di strano”. Il discorso vale anche per il reclutamento degli operai. “Ci sono territori in cui tra gli edili ci sono livelli altissimi di disoccupazione eppure capita di scoprire che in cantiere venga assunto qualcuno che di mestiere ha sempre fatto il pizzaiolo. Sono convinto che se si guardasse ai curriculum del personale assunto, si scoprirebbero tante cose interessanti. Serve coraggio, l’antimafia – conclude il sindacalista – bisogna farla sul campo”.

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