Sicilia, occupazione al 51,4%: tra i dati più bassi d’Europa

Sicilia, occupazione al 51,4%: tra i dati più bassi d’Europa

Sicilia, occupazione al 51,4%: tra i dati più bassi d’Europa

La Sicilia resta nelle ultime posizioni in Europa sul fronte dell’occupazione. A confermarlo è il nuovo quadro regionale pubblicato da Eurostat, che mette a confronto i dati del mercato del lavoro nelle diverse aree dell’Unione europea. I numeri, riferiti al 2025 e aggiornati nell’edizione 2026 di Regions in Europe, mostrano ancora una volta quanto sia profondo il divario tra l’Isola, il resto d’Italia e la media europea.

Tra le persone tra i 20 e i 64 anni, in Sicilia il tasso di occupazione si ferma al 51,4%, mentre nell’Unione europea raggiunge il 76,1%. Un divario di quasi 25 punti percentuali che inserisce l’Isola nel gruppo delle regioni europee con i livelli occupazionali più bassi. Peggio fanno, tra le regioni italiane, soltanto Calabria, con il 50,3%, e Campania, con il 50,8%.

Il dato siciliano va letto all’interno di un quadro più ampio. Nel 2025 sono state 64 su 244 le regioni dell’Ue con un tasso di occupazione inferiore al 74% e ben 11 sono italiane, concentrate quasi tutte nel Centro e nel Mezzogiorno. L’Italia, inoltre, ha registrato la maggiore disparità regionale dell’Unione per i tassi di occupazione, con un coefficiente di variazione del 15,1%.

Occupazione in Sicilia, un divario che resta strutturale

Per comprendere le ragioni di una situazione che non può essere ricondotta soltanto all'andamento di un singolo anno, il QdS.it ha interpellato Maurizio Avola, professore ordinario di Sociologia dei processi economici e del lavoro all’Università di Catania. “Purtroppo, la drammatica situazione occupazionale della Sicilia nel panorama internazionale non è una novità. Non siamo di fronte a una situazione congiunturale, ma si tratta, piuttosto, di una condizione di debolezza strutturale”, sottolinea Avola.

Secondo il docente, proprio la natura strutturale del problema rende difficile individuare uno o pochi ostacoli da rimuovere per avvicinare l’Isola alla media europea. “Servirebbe una vera e propria rivoluzione socio-economica e culturale. Così come servirebbe un’ingente quantità di risorse, finanziarie, umane e non solo. Ma attenzione: la storia ci dimostra che le risorse da sole non bastano. Quando ci sono, vanno spese bene e, per farlo, servono idee. È altresì necessario scoraggiare comportamenti opportunistici”.

Sicilia e Nord Italia, il gap non è solo quantitativo

Il confronto con le regioni settentrionali restituisce una distanza ancora molto ampia. Nel 2025, mentre la Sicilia si è fermata al 51,4%, la Provincia autonoma di Bolzano ha raggiunto l’80%, il valore più elevato registrato in Italia.

Ma per Avola il problema non riguarda soltanto il numero degli occupati. “Il divario tra la Sicilia e le regioni del Centro-Nord è rilevante tanto sul piano quantitativo dei livelli di occupazione quanto su quello qualitativo, relativamente al tipo di professione, al prestigio occupazionale e alle condizioni di impiego”.

Il mercato del lavoro contemporaneo, caratterizzato dalla crescente terziarizzazione e dal peso dell’economia della conoscenza, potrebbe offrire alcune opportunità per ridurre almeno in parte questa distanza. “I settori che potrebbero maggiormente contribuire a ridimensionare il gap sono quelli dell’istruzione, della salute e dei servizi socio-assistenziali, oltre ai servizi specialistici alle imprese, dalla ricerca e sviluppo alla progettazione e al marketing”, spiega il professore.

Turismo e occupazione in Sicilia: un settore importante ma non sufficiente

Tra i comparti considerati strategici per l’economia dell’Isola c’è inevitabilmente il turismo. La Sicilia può contare su un patrimonio naturalistico, storico e culturale di grande rilievo, oltre che su una forte vocazione all’accoglienza. Ma puntare prevalentemente sul turismo per costruire il futuro occupazionale dell’Isola, secondo Avola, sarebbe un errore.

“Si parla sempre del turismo per le bellezze naturali, per il patrimonio storico-culturale, per le potenzialità enogastronomiche e per la propensione all’accoglienza della nostra Isola. Ma pensare che la Sicilia possa fondare il suo futuro prevalentemente su questo settore sarebbe un errore enorme”. Il motivo, spiega il docente, riguarda sia le dinamiche economiche del comparto sia le caratteristiche dell’occupazione. “I profitti più ingenti vanno spesso a grandi compagnie nazionali o estere”, mentre sul piano lavorativo sono diffusi “lavori a bassa qualificazione, bassi salari e instabilità contrattuale”.

Il turismo può quindi rappresentare una componente importante dell'economia siciliana, ma difficilmente può essere considerato da solo la risposta al problema occupazionale.

Sicilia, il confronto con l’Europa resta difficile

Il quadro europeo rende ancora più evidente la distanza. Nel 2025 il tasso di occupazione medio dell’Ue è stato del 76,1%, il valore più alto dall’inizio della serie storica nel 2009. In Italia, invece, il dato nazionale per la fascia 20-64 anni si è fermato al 67,6%, il valore più basso tra i Paesi dell’Unione. La distanza non è quindi soltanto tra Sicilia ed Europa, ma attraversa l’intero sistema italiano. Il problema è però particolarmente evidente nel Mezzogiorno, dove si concentrano alcune delle regioni con i tassi più bassi.

Per Avola, il futuro non può essere separato dalla storia del divario territoriale. “Sinceramente, sarei contento se nei prossimi 10 anni il divario non aumentasse. Ammetto che è scoraggiante e che spero vivamente di essere smentito, soprattutto perché dobbiamo dare una speranza ai nostri figli”.

Il professore conclude sottolineando la profondità di una distanza che ha resistito a diverse fasi di crescita e trasformazione del Paese: “Una storia di disuguaglianze che si radica nei secoli e che resiste anche ai momenti di effervescenza come il miracolo economico del secondo dopoguerra e il processo di integrazione europea degli ultimi decenni, mina la fiducia anche del più inguaribile degli ottimisti”.

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