La nuova legge elettorale supera l’ultimo passaggio alla Camera e diventa il centro dello scontro politico in vista delle prossime elezioni. L’8 ottobre 2026, l’Aula di Montecitorio ha approvato il provvedimento con 227 voti favorevoli e 164 contrari, al termine di una votazione a scrutinio segreto. La maggioranza ha mantenuto i numeri necessari, portando a compimento la riforma voluta dal governo guidato da Giorgia Meloni.
Il via libera è arrivato dopo le modifiche introdotte dal Senato, che hanno previsto il ritorno delle preferenze, mantenendo però i capilista bloccati, e un aumento delle firme necessarie per le forze politiche non rappresentate in Parlamento che intendono presentarsi alle elezioni. Il voto conclude il percorso parlamentare del provvedimento e segna un risultato politico importante per il centrodestra.
La riforma, tuttavia, divide maggioranza e opposizioni. Il governo la considera uno strumento per garantire maggiore stabilità agli esecutivi e rendere più chiara la scelta degli elettori. Le minoranze contestano invece il nuovo sistema e hanno definito la legge una misura che rischia di alterare la rappresentanza politica.
Meloni: «Gli italiani potranno scegliere tutto alle urne»
Dopo l’approvazione, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha rivendicato il risultato, sostenendo che la riforma permetterà ai cittadini di scegliere il partito, la coalizione, il programma, il candidato alla guida del governo e, con il ritorno delle preferenze, anche il parlamentare da eleggere.
Secondo la premier, il nuovo sistema punta a rafforzare il rapporto tra elettori ed eletti, superando il meccanismo che per anni ha limitato la possibilità di indicare direttamente i candidati al Parlamento. Meloni ha inoltre sottolineato che la stabilità dei governi e una maggiore partecipazione elettorale dovrebbero favorire la continuità dell’azione politica e la capacità di rispondere alle esigenze dei cittadini.
Le novità della riforma elettorale
Tra gli obiettivi indicati dal governo c’è la costruzione di un sistema capace di rendere più prevedibile la maggioranza parlamentare dopo il voto. La riforma introduce un impianto proporzionale con un premio di maggioranza per la coalizione che raggiunge almeno il 42% dei voti, oltre all’obbligo per partiti e coalizioni di indicare in anticipo il candidato alla presidenza del Consiglio. Il meccanismo è pensato per agevolare la formazione di maggioranze in grado di sostenere un governo, ma resta al centro delle critiche delle opposizioni.
Un altro punto riguarda le preferenze: gli elettori potranno indicare direttamente i candidati secondo le regole previste dalla nuova legge, mentre i capilista resteranno bloccati. Cambiano anche i requisiti per i partiti che non sono già presenti in Parlamento, ai quali viene richiesto un numero maggiore di firme per partecipare alle elezioni.
Il testo contempla inoltre il voto fuori sede per studenti, lavoratori e caregiver familiari, nei casi stabiliti dalla legge. La misura risponde alla richiesta di consentire a chi vive lontano dal proprio Comune di residenza di esercitare più facilmente il diritto di voto.
Il confronto politico, però, non si chiude con il voto di Montecitorio. La maggioranza presenta la riforma come una garanzia di governabilità; le opposizioni temono invece che il nuovo sistema possa penalizzare la rappresentanza e favorire chi dispone già di una struttura politica consolidata. Il modo in cui le nuove regole incideranno sugli equilibri parlamentari si vedrà concretamente alle prossime elezioni.
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