Campagna olearia in Sicilia, prezzi dell’olio e produzione: l’allarme dei produttori

Campagna olearia in Sicilia, prezzi dell’olio e produzione: l’allarme dei produttori

Campagna olearia in Sicilia, prezzi dell’olio e produzione: l’allarme dei produttori

La nuova campagna olearia siciliana 2026/2027 parte con un mercato ancora condizionato dalle scorte della stagione precedente e da quotazioni che, pur restando più alte in Sicilia rispetto ad alcune delle principali piazze del Sud, mostrano una tendenza al ribasso. A fine settembre, secondo le rilevazioni disponibili, l’olio extravergine era quotato 6,70 euro al chilo a Palermo e Trapani, mentre altre piazze siciliane registravano valori superiori.

Sul fronte della produzione, però, le valutazioni degli operatori restano molto differenti. E proprio in questo scenario si inserisce la preoccupazione di Rosario Vitale, presidente regionale di Assolivo-Coltivatori Sicilia, che mette l’accento non soltanto sul prezzo dell’olio, ma soprattutto sulla capacità delle aziende agricole di sostenere i costi e competere sul mercato.

Vitale parla di una possibile forte riduzione della produzione siciliana, che sulla base delle sue osservazioni potrebbe arrivare al 70%. Una stima personale, legata alla sua esperienza diretta sul territorio e alla sua attività di produttore, che comprende anche quasi 8 mila alberi di ulivo.

Prezzo dell’olio siciliano, il mercato entra nella nuova campagna

Il tema del prezzo dell’olio è uno dei primi interrogativi con cui si apre la nuova stagione. Le quotazioni attuali mostrano comunque una situazione molto articolata: a Palermo e Trapani l’extravergine si attestava a 6,70 euro al chilo il 29 settembre, secondo ISMEA, mentre altre piazze siciliane presentavano valori più elevati.

Il quadro è influenzato anche dalle giacenze della precedente campagna. A settembre, l’imprenditore oleario Manfredi Barbera aveva segnalato circa 16 mila tonnellate di olio ancora invendute in Sicilia, all’interno di un volume nazionale vicino alle 200 mila tonnellate. Secondo Barbera, il differenziale di prezzo rispetto agli oli provenienti da altri Paesi europei rappresenta uno dei fattori che stanno frenando le vendite del prodotto italiano.

È proprio questo uno dei nodi indicati da Vitale. Da una parte c’è la pressione esercitata dall’olio presente sul mercato e dalla grande distribuzione, dall’altra ci sono i costi sostenuti dalle imprese che lavorano regolarmente. Il presidente di Assolivo-Coltivatori Sicilia richiama inoltre l’attenzione sulla dicitura “olio comunitario”, che può indicare miscele di oli provenienti da diversi Paesi dell’Unione europea. Secondo Vitale, il sistema di confezionamento e conservazione rappresenta un altro aspetto che meriterebbe verifiche da parte degli organismi competenti.

Il problema, nella sua analisi, riguarda soprattutto la sostenibilità economica delle aziende agricole e dei frantoi. Personale regolarmente assunto, energia, carburante, materie prime, formazione e sicurezza sono costi che continuano a gravare sui bilanci anche quando le quotazioni del prodotto diminuiscono.

Olio a 5-6 euro al chilo, i costi della filiera restano elevati

Vitale contesta quindi l'ipotesi di quotazioni nell'ordine dei 5-6 euro al chilo come livello sufficiente a garantire la sostenibilità delle imprese. “Le quotazioni di 5-6 euro al chilo non riescono a reggere, considerate le spese”, sostiene, riferendosi soprattutto all’attività di trasformazione e ai costi della filiera. Vitale è anche produttore e gestisce un frantoio di proprietà. Per una scelta commerciale, spiega, ha mantenuto a 20 euro al quintale il costo della molitura, nonostante l’aumento delle altre voci di spesa.

Da qui nasce la sua critica alle condizioni economiche in cui si trovano a operare le imprese agricole siciliane: “Se i costi di produzione sono identici, se non addirittura aumentati, com’è possibile che diminuirà il prezzo dell’olio del 50%?”, si chiede.

Il tema non riguarda quindi soltanto il valore riconosciuto al produttore, ma il rapporto tra prezzo di vendita e costi reali della produzione. Una questione particolarmente delicata in una fase nella quale il mercato italiano deve fare i conti anche con consistenti disponibilità di prodotto ancora da collocare.

Lavoro nero in agricoltura, la denuncia sulla concorrenza sleale

Accanto al prezzo c’è poi un secondo fronte indicato da Vitale: quello del lavoro irregolare e del sommerso. La sua tesi è che l'aumento dei costi possa accentuare la distanza tra le imprese che rispettano tutti gli obblighi e quelle che riescono invece a ridurre le spese attraverso il ricorso a forme di lavoro non regolare. “Chi opera nel sommerso – spiega il presidente siciliano di Assolivo-Coltivatori – è sicuramente meno esposto ai costi legati a contributi, imposte, sicurezza e adempimenti”. Il risultato, secondo Vitale, sarebbe una concorrenza difficile da sostenere per le aziende che documentano ogni fase della propria attività.

L’esempio riguarda soprattutto la manodopera agricola. Per un'impresa che assume regolarmente un lavoratore, ricorda Vitale, ai costi delle ore lavorate si aggiungono visite mediche, formazione, sicurezza, contributi e, quando necessario, corsi specifici per l'utilizzo di mezzi e attrezzature. “Quando prendi un operaio gli devi fare la visita medica, il corso di formazione, il primo soccorso, i contributi”, sottolinea.

Controlli sul lavoro nero, la richiesta alle istituzioni

Il terzo elemento della questione riguarda quindi i controlli sul territorio. Vitale riconosce che le attività di contrasto al lavoro nero vengono effettuate, ma chiede che le verifiche non si concentrino soltanto sulle imprese già facilmente individuabili perché operano attraverso partita Iva e sono pienamente tracciabili. Il rischio, secondo la sua denuncia, è che le aziende regolari finiscano per percepire i controlli come un ulteriore aggravio, mentre una parte del sommerso riesce a rimanere fuori dai circuiti ordinari. “Le autorità non si possono soffermare sulle aziende tracciabili con partita Iva, che sono identificabili facilmente, andare a cercare il pelo nell’uovo, quando invece poi esiste un mondo che è certamente più pericoloso come quello legato al sommerso”, sostiene Vitale.

La richiesta è dunque quella di rafforzare il contrasto al lavoro irregolare, mantenendo allo stesso tempo l'attenzione sugli adempimenti richiesti alle imprese che operano nella legalità.

Campagna olearia 2026/2027, tra produzione, scorte e prezzi

La nuova campagna olearia siciliana si apre così su un quadro complesso. Da un lato ci sono quotazioni ancora differenziate tra le diverse piazze, dall’altro pesano le scorte della precedente annata e la necessità di fare spazio al nuovo olio. A questo si aggiunge l’incertezza sulla produzione effettiva della nuova stagione. La stima di un calo del 70% indicata da Vitale è una sua valutazione e dovrà essere verificata dai dati della campagna. Nel frattempo, il mercato resta condizionato anche dalla presenza di prodotto invenduto.

Per le aziende siciliane la sfida sarà quindi trovare un equilibrio tra prezzo dell’olio, costi di produzione e sostenibilità economica. Una partita nella quale entrano anche la concorrenza europea, il rapporto con la grande distribuzione e il contrasto al sommerso.

Il punto sollevato da Vitale, infine, va oltre la singola quotazione. La questione è capire se le imprese che rispettano gli obblighi fiscali, contributivi e di sicurezza possano continuare a operare in un mercato nel quale il prezzo resta sotto pressione. “La buon senso prevarrà sugli speculatori economici”, sostiene il presidente di Assolivo-Coltivatori Sicilia. E con l’avvio della campagna olearia 2026/2027, saranno produzione, vendite, giacenze e andamento delle quotazioni a fornire nei prossimi mesi una fotografia più precisa dello stato di salute dell'olivicoltura siciliana.

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